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La denuncia arriva a Forno. E
da lì parte un tragico, paradossale processo. Marino una sera torna a casa
e non trova più nessuno perché gli inquirenti hanno suggerito alla moglie
di nascondersi altrove. Il tassista non può più vedere sua figlia, la
famiglia si disgrega. Prima Teresa e la bambina, insieme con il fratello
maggiore, che è disabile, vengono deportati d'autorità in una comunità
protetta. Poi Marino deve trasferirsi. Infine è la figlia che viene
allontanata, da sola, e viene nascosta in una comunità.
L'accusa va avanti per quattro anni e tre mesi fra perizie
mediche e interrogatori della bimba e della madre, anche se
Forno, com'è sua consuetudine, non ascolta mai il padre imputato. Le
perizie dell'accusa vengono affidate ad alcuni tecnici collaudati della
procura (la pm Siciliano ha calcolato che sulla scrivania di uno dei
periti si siano affollate ben 358 consulenze in nove anni). La prima è
Cristina Maggioni, ginecologa della clinica Mangiagalli di Milano, che nel
settembre 1996 visita la bimba, senza che all'imputato sia permesso di far
presenziare un suo consulente, e individua «segni compatibili con abusi
sessuali».
Forno dispone una seconda consulenza, sempre in assenza
di controparti. Nell'ottobre '97 la bambina viene visitata da altri due
periti dell'accusa, Maurizio Bruni e Patrizia Gritti. I periti rilevano
che il suo imene è inciso (un elemento «non evidenziato nella visita
precedente») e che anche l'ano pare aver subito una penetrazione: «Il
quadro» concludono «sembra deporre per atti di abuso iterati».
Oggi Bruni sostiene, sorprendentemente, che la sua perizia aveva
un «contenuto sostanzialmente assolutorio». In realtà, grazie alla sua
consulenza, la situazione precipita. «Nel gennaio 1998 il tribunale per i
minori allontana la bambina anche dalla madre e dal fratellino» ricorda
Luigi Vanni, avvocato di Marino, «ovviamente senza aver convocato
preventivamente nessuno dei due genitori». La bimba finisce in un centro
di affidamento.
Dieci mesi dopo interviene il gip, che chiede una
terza perizia. Solo allora i due ginecologi Cristina Cattaneo e Tiziano
Motta scoprono, perplessi, che nessuno dei tre colleghi che li hanno
preceduti si è accorto che la bambina ha un imene settato: quello che è
stato considerato un segno di violenza è in realtà un lieve difetto
congenito. È evidente, scrivono, che gli altri consulenti del pm non lo
hanno visto, ma questo «getta molti dubbi anche sugli altri reperti
osservati». |