MILANO - Alessandra chiede la grazia
per il papà che accusò di violenza sessuale. Chiede clemenza, ora
che ha 24 anni, per quell'errore che fece da adolescente, quando,
quindicenne, vogliosa di attenzioni, disse di essere stata stuprata
dal papà. Un'accusa terribile, che portò l'uomo di fronte al
tribunale ad affrontare un lungo processo conclusosi con una
condanna infamante e a otto anni di galera. Lui, per sfuggire alle
sbarre, ora è scappato, latitante. Lei, che ha smentito la sua
stessa accusa già otto anni fa, tenta ora l'ultimo chance: la
grazia.
Alessandra dice che suo padre è innocente. Per
questo ha chiesto al presidente Ciampi la grazia, giurando e
spergiurando che quelle accuse erano false, che lei inventò tutto e
che l'uomo non c'entra niente. "Questa - dice oggi - è l'altra
faccia della pedofilia. Non sempre le vittime sono i
bambini".
Ha 24 anni Alessandra, studentessa al quarto anno
di giurisprudenza a Milano. Da otto lotta per dimostrare, senza
riuscirci, l'innocenza del genitore. Ora si aggrappa all'ultima
speranza e chiede al presidente della Repubblica di graziare il
padre per un errore giudiziario di cui lei stessa dice di essere la
causa assieme a medici, investigatori e soprattutto
giudici.
Accanto alla sua firma ci sono quelle della madre e
di una sorella, sulla domanda di grazia fatta arrivare a Ciampi
qualche giorno fa (ma accompagnata da parere negativo della procura
generale). Dopo due anni di custodia cautelare, il padre, Giovanni,
è fuggito: ora è un latitante colpito da condanna definitiva a 8
anni, dopo 7 processi e nonostante la ritrattazione della figlia già
nelle indagini preliminari.
"Continuo a domandarmi - scrive
la ragazza a Ciampi - perchè mai ho inventato una storia così
orribile. Ho trovato molte risposte che però nessuno vuole più
ascoltare. Mi vergogno di me stessa. Mio padre è innocente".
L'orribile storia - raccontata dalla stessa Alessandra -
inizia nell'80, quando la famiglia si trasferisce in Valtellina per
aprire un ristorante. Tra alti e bassi, la vita familiare scorre
pittosto normalmente, tranne qualche brusca, violenta interruzione:
il papà di Alessandra si arrabbia spesso, alza le mani.
Nel
'91 i genitori mandano Alessandra a vivere a Rho per frequentare la
scuola superiore. Lei, che vuole essere sempre al centro
dell'attenzione, improvvisamente si sente sola, abbandonata. Soffre
il distacco da famiglia e amici. A fine '92 accade quello che
diventerà l'evento scatenante dell'intera vicenda: Alessandra viene
investita da un'auto mentre è in bicicletta. E' ricoverata per
trauma cranico. Tornata a casa la assalgono nausee, mal di testa e
crisi di panico.
Rientrata in ospedale, una visita
psichiatrica accerta "un certo disagio psicologico risalente ad un
periodo precedente il trauma e dovuto a conflittualità
intrafamiliari". Torna a casa, ma dopo un po' fugge e raggiunge
Pavia. Mentre è al cinema, sola, entra in crisi. Viene portata in
ospedale e poi in una clinica neurologica dove le vengono
somministrati psicofarmaci. Ci resterà quasi due anni in tutto, tra
ricadute e 11 tentativi di suicidio. E' allora, scrive a Ciampi, che
"cominciai a raccontare di aver subito abusi sessuali da parte di
mio padre e di un amico di famiglia", abusi dei quali "ero certa".
Si susseguono gli incontri con poliziotti, assistenti
sociali e con il pm milanese Pietro Forno che, secondo la ragazza,
non avrebbe avuto "alcuna competenza ad indagare". Davanti al
giudice, ammette Alessandra, "i contorni di questa vicenda mi
apparivano nitidi e ben definiti, nonostante non avessi mai subito
nessun tipo di violenza".
Quando l'inchiesta passa al pm di
Sondrio, la ragazza comincia a dubitare dei suoi ricordi: "mi resi
conto che tutto quello che avevo raccontato per mesi" era
"assolutamente falso". Comincia il processo, col padre e l'amico che
devono rispondere di violenze gravissime, iniziate per l'accusa
quando Alessandra aveva 3 anni. Non le credono, neppure quando dice
di aver accusato il padre perchè così in ospedale era "posta al
centro dell'attenzione", lei che voleva "attirarla in qualunque
modo", e che in fin dei conti voleva far pagare al padre i
maltrattamenti in famiglia.
L'assoluzione arriva in appello,
ma la sentenza è annullata nel '95 dalla Cassazione. Il processo,
ricominciato in appello, si chiude con la condanna alla quale
seguono un nuovo annullamento e una nuova condanna, definitiva, in
Cassazione nell'aprile scorso. "Non si può chiedere la revisione -
spiega il legale della giovane, l'avvocato Luigi la Marca -. Se
avesse ritrattato dopo si sarebbe potuto pensare alla revisione. Ma
le sue dichiarazioni sono state già valutate dai
giudici".
Perchè ha accusato suo padre? "Sono anni che me lo
chiedo e forse ora ho trovato la risposta. Cominciamo col dire che
amavo essere al centro dell'attenzione, che ho raccontato tutto solo
i primi giorni, imbottita di psicofarmaci, e che sono vergine, come
ha accertato un ginecologo. La cosa è cominciata senza che me ne
rendessi conto. Durante la psicoterapia emerse che mio padre era
manesco, violento, insomma una figura cattiva. Emerse che talvolta
raccontava barzellette sporche ai clienti del ristorante, oppure che
leggeva riviste pornografiche".
Ma da qui alle violenze ce ne
passa. "Quando dissi che da piccola avevo paura dell'uomo nero,
cominciarono i dubbi. Percepii nettamente che, seppure nessuno me lo
chiedesse, tutti volevano che dicessi che quella figura, l'uomo
nero, era in realtà mio padre. E io lo dissi, una sola volta. Li ho
accontentati. Ricordo benissimo il meccanismo che si avviò: andavo
dallo psicoterapeuta e ricordando la mia infanzia immaginavo, sì
immaginavo, cosa sarebbe potuto accadere se mio padre fosse stato un
pedofilo".
(11 settembre
2000) |
Chiede
la grazia per il papà, lo accusò di violenza
sessuale
DALL'ARCHIVIO di
Repubblica.it Pedofilia, 21mila
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Pedofilia,
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