Questa storia comincia
nella primavera del 1997. B., una ragazza cinese della regione del
Fujan, viene fermata dalla polizia a Linate perché in possesso di un
passaporto falso e condotta in una comunità di Voghera dove rimane
fino alla fine del 1998. E dove conosce Alessandro Patelli, ex
leghista e consigliere regionale lombardo che dal ’97 è impegnato
con la comunità vogherese per la realizzazione di un progetto di
inserimento giovanile. D’accordo con la sua famiglia, Patelli decide
di accogliere la ragazza in casa e fa domanda d’affidamento, che
viene accolta dopo la lunga procedura di rito per accertare
l'idoneità della famiglia.
Nel Natale del ’98 B. va in affido in
casa Patelli, frequenta una scuola media statale e, non conoscendo
l’italiano e parlando solo un dialetto cinese, un corso pomeridiano
di italiano e delle lezioni private di cinese presso un’amica di
famiglia cinese nota a Milano per essere una delle interpreti
ufficiali della Procura milanese in materia di immigrazione
clandestina.
Passano mesi apparentemente
tranquilli. In realtà, come si scoprirà solo più tardi dalla
traduzione del suo diario e dalle numerose lettere ricevute dai
genitori naturali, B., fin dal suo ingresso in casa Patelli, subisce
continue pressioni dai genitori cinesi perché, o scappi e torni in
Cina, o invii soldi a casa per saldare i debiti familiari. In Cina,
infatti, è vietato avere più di un figlio salvo pagare una sorta di
multa che spesso costringe le famiglie a contrarre debiti pesanti.
Spesso perciò le figlie femmine sono malviste (il più delle volte se
non c’è già un figlio maschio vengono soppresse) perché non
considerate degne del prezzo pagato per tenerle. Tutto ciò spiega
molto dei continui progetti di fuga della ragazza, del suo desiderio
di lavorare e poter contribuire a sanare i debiti di famiglia per i
quali, probabilmente si sentiva in colpa. In effetti, dal diario di
B. il peso di una simile storia emerge di continuo. Così come emerge
anche l’illusione, inevitabilmente delusa, che la nuova famiglia
possa finalmente ripagarla di tutto quanto le era mancato in
precedenza.
Fino a giugno, comunque, pur
coltivando i propri piani di fuga, B. continua a condurre la sua
vita fatta di studio e di lezioni private.
Si arriva a giugno. Il giorno 13 la
famiglia di Patelli parte per una vacanza di una dieci giorni al
mare. B. deve affrontare gli esami di licenza media e resta a casa
con il padre. Ormai, però, come è evidente dalla lettura del diario,
la ragazza ha deciso la fuga e l‘assenza della famiglia Patelli
sembra favorire i suoi piani. Proprio il giorno 13 il diario si
interrompe con un’ultima pagina a cui affida tutto il suo sconforto:
“La mia mamma vera non mi ha mai domandato se sto bene, se studio
bene, mi ha chiesto invece di chiedere prestiti, di mandare soldi,
di aiutare il fratello maggiore e quello minore a trovare lavoro.
(...) perché sono femmina non mi hanno mai voluto bene (...) di me
non chiedono niente perché sono una donna (...) Mi sanguina il
cuore, ma nessuno lo sa. (...) Non voglio più vivere qua altrimenti
un giorno scoppierò come una bomba”. Tra l’altro si legge: “Se
scappo rovinerei in qualche maniera coloro che non mi vogliono bene
o fingono di volermene”.
Domenica 20, Alessandro Patelli è
impegnato tutto il giorno in un trasloco nel bergamasco. La ragazza
resta a casa e, come si apprenderà dai tabulati, telefona più volte
alla famiglia in Cina. Patelli torna all’ora di cena e prepara la
cena per entrambi. Durante il pasto avviene una discussione: la
ragazza ribadisce la decisione di voler tornare in Cina e aiutare il
padre. Patelli per l’ennesima volta cerca di spiegarle che il
Tribunale dei minorenni non le permetterebbe di tornare in Cina
prima dei 18 anni. La ragazza insiste e Patelli tronca bruscamente
il discorso.
Alla fine della cena, il “fattaccio”:
B. si lamenta per un dolore al collo; Patelli le dice che “sarà
colpa del troppo studio” e avvicinandosi le passa una mano, a mò di
massaggio, alla base del collo. Poi Patelli va in Stazione Centrale
ad acquistare un biglietto per Bologna dove si sarebbe recato il
mattino seguente. E infatti, il giorno dopo, alle sei di mattina
lascia l’abitazione mentre B. dorme ancora.
Dal treno, come risulta dai tabulati,
Patelli chiama la sua famiglia al mare chiedendo come stiano le
altre figlie; poi chiama B. per per rammentarle di telefonare alla
madre che non la sentiva dalla partenza per il mare. B. invece non
telefonerà mai. Esce di casa e si reca dall’interprete di cinese.
Alla donna consegna il passaporto, ottenuto grazie alla sua nuova
famiglia, e il permesso di soggiorno perché l’aiuti a fuggire in
Spagna. L’interprete la rassicura, e anzi basandosi sulla sua
esperienza in materia di immigrazione clandestina, le fornisce una
sorta di consulenza su come fare. Dopo aver telefonato in Cina e in
Spagna, la ragazza lascia all’interprete il numero di telefono della
famiglia d’origine (e comunica il numero della stessa interprete ai
genitori naturali). La donna garantisce anche alla ragazza che le
pagherà il biglietto ferroviario per la Spagna. La partenza è
fissata per venerdì 25.
B. si reca quindi dall‘assistente
sociale e le confida di aver litigato con il padre che poi l’avrebbe
“palpeggiata”. L’assistente sociale le chiede dove sia il suo
passaporto e B. afferma di averlo smarrito al punto che si recano
insieme a un commissariato per esporre regolare denuncia.
L’assistente sociale si mette in contatto con la famiglia Patelli
spiegando che la ragazza aveva litigato con il padre affidatario e
che, perciò, sarebbe stato più opportuno, come consuetudine in
questi casi, riportarla in comunità.
Nei giorni tra il 21 e il 24 di
giugno, la ragazza, tenuta sotto controllo per evitare che fugga,
viene ripetutamente convocata a Milano dagli assistenti sociali e
dal pm Pietro Forno che, nel frattempo ha preso la pratica in mano.
Il 24, infatti, la denuncia viene formalizzata: strada facendo gli
iniziali “palpeggiamenti” sono diventati un autentico abuso. B., in
realtà, dichiara anche di non voler né denunciare Patelli né di
volere alcun processo, ma Forno accelera i tempi per giungere a un
incidente probatorio che renda prova certa le dichiarazioni rese
fino a quel punto prima che la ragazza compia 18 anni e possa quindi
partire senza alcuna possibilità di trattenerla. B. compie diciotto
anni il 21 settembre. L’incidente probatorio viene fissato per il
20, ma la ragazza al momento di entrare in aula si rifiuta e il Gip
è costretto a fissare un’altra udienza per il 6 di ottobre. Anche
perché, Forno nel frattempo ha convinto la giovane a firmare un
prosieguo dell’affidamento ai servizi sociali fino ai 21 anni.
Il 6 ottobre, si svolge l’incidente
probatorio. Avviene anche che alla lettura della lettera inviata nei
giorni precedenti l’udienza dal padre naturale al padre affidatario
per chiedere scusa dei problemi creati, la ragazza scoppi in lacrime
e lasci l’aula. Le dichiarazioni però sono confermate e a questo
punto il processo si può celebrare anche in assenza della ragazza. E
infatti B. fugge indisturbata. Non prima però di aver voluto
salutare la madre affidataria e, notizia di mercoledì 24, aver
riferito a un giudice del tribunale dei minori di “aver raccontato
solo bugie”.
Il resto è storia degli ultimi
giorni. La richiesta di rinvio a giudizio di Patelli risale al 15
novembre (presumibilmente quindi prima della ritrattazione della
ragazza che vanificava l’unica prova acquisita), mentre
l’assegnazione al giudice per l’udienza preliminare è del 24, quando
si apprende che con Patelli il pm richiede il rinvio a giudizio
anche di una suora del centro di accoglienza di Voghera con l’accusa
di aver rivelato notizie confidenziali a Patelli, permettendogli,
quindi, di eludere le indagini.
Dal rientro della ragazza in
comunità, infatti, il pm teneva sotto pressione le suore
convocandole a Milano per continui interrogatori e, tra l’altro,
mettendo sotto controllo i telefoni della comunità. Curiosamente,
però, proprio una di queste intercettazioni riguarda una telefonata
di B. all’interprete di cinese in cui la giovane avverte la
connazionale di “stare attenta” e di non dire niente del passaporto
e, anzi, di tenerlo ben nascosto. Sarà una perquisizione a far
rinvenire all’interno di una bibbia in casa dell’interprete il
documento “smarrito”. Qual è, quindi, il ruolo dell’interprete
esperta in materia di immigrazione e disposta ad adoperarsi per far
fuggire B. e tenere i contatti con la famiglia d’origine? E quale
attendibilità possono avere le dichiarazioni (poi ritrattate) della
ragazza che sembra aver mentito sin dal primo giorno tanto
all‘assistente sociale quanto al pm? Intanto il consigliere
regionale Alessandro Patelli è finito su tutti i giornali con
l’accusa infamante di abuso sessuale. E proprio alla vigilia della
campagna elettorale per le elezioni regionali della prossima
primavera. Chi, eventualmente l’accusa si rivelasse infondata,
pagherà i danni arrecati? Per ora a Patelli restano gli attestati di
solidarietà del consiglio regionale, con il presidente Formigoni, in
testa e dell’associazione “Famiglia - Società in azione” che in un
comunicato denuncia una “giustizia talebana” che punta a “a far
giustizia della famiglia”: “Conosciamo bene Patelli - si legge nel
comunicato - impegnato da tempo a favore dei ragazzi ospiti della
Comunità di accoglienza di Voghera. Ci aveva chiesto di aiutarlo a
realizzare il suo progetto per l’inserimento nel mondo del lavoro di
questi ragazzi che a 18 anni devono lasciare gli istituti” e
“restano abbandonati a se stessi”. “Ecco come si incrociano i
destini di tutti i protagonisti di questa vicenda. Chiunque viva a
contatto con questi ragazzi sa che le ferite interiori che li
accompagnano generano spesso fantasmi che si manifestano in
comportamenti ‘socialmente difficili’”. Ora hanno conosciuto anche i
fantasmi di una giustizia che genera mostri.