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Sezione: Società
Rubrica: Giustizia
Numero: 29 - 11 Agosto 1999
Sforna il mostro in prima pagina
Accusato di stupro, dopo un anno e mezzo tra carcere e arresti domiciliari viene assolto con formula piena. L’ennesima storia di ordinaria ingiustizia che riapre il delicato problema degli errori giudiziari in materia di reati sessuali. E solleva altri dubbi sull’opera dei pool
Quattro mesi a San Vittore, rinchiuso in una cella in compagnia di sei pedofili, poi oltre un anno agli arresti domicilari nella casa dei genitori, al quartiere Comasina di Milano. Sono le tappe del calvario di William Valerio, 22 anni , accusato di violenza sessuale sull’amica minorenne E.G. Un’accusa nebulosa e senza riscontri oggettivi. Come ha dovuto riconoscere lo stesso tribunale presieduto da Italo Ghitti, mercoledì 14 luglio scorso, assolvendo il giovane con la formula piena.

Per William si era mobilitato da subito il pm Pietro Forno, “specialista” milanese delle delicatissime inchieste a sfondo sessuale, già balzato agli onori delle cronache per il problematico “caso Artico” e per altri processi, tutti legati ad accuse di pedofilia, chiedendo una condanna esemplare: 10 anni di galera. “Ma la vicenda si è conclusa diversamente, peraltro in primo grado”, commenta l’avvocato di William, Beatrice Saldarini. “Comunque posso dire che il pm Pietro Forno segue da anni le indagini sui reati sessuali, ha letto montagne di letteratura scientifica e conosce profondamente le problematiche di questo campo di indagine... un conforto, se si pensa che l’errore giudiziario, in materia di abusi sessuali, deriva soprattutto dal fatto che si seguono vicende processuali con un metodo poco specializzato”.

Gioventù bruciata E la vicenda processuale di William? Tutto nasce a seguito delle accuse di E.G., una ragazza difficile, violentata fin da bambina, in particolare dal fratello, dallo zio e da due conviventi della madre (con il tacito consenso e la copertura di quest’ultima). Sulla base delle segnalazioni dell’insegnante, la sua tragica storia viene alla luce ed E., dopo aver denunciato la famiglia, viene affidata ad un istituto religioso. I familiari negano sempre ogni accusa, finché uno di loro cede. Cominciano allora le minacce e le intimidazioni alla giovane, messaggi e insulti scritti su biglietti, poi sequestrati e periziati. Tutti recano la firma “Comasina”, come se derivassero dall’ambiente del quartiere dove E. viveva (per molti però, la calligrafia risulterà essere quella del fratello). Seguono addirittura delle “spedizioni” di balordi che cercano la ragazza fino a scuola, nonostante il suo istituto venga più volte cambiato e tenuto segreto. Si crea insomma un clima di vero e proprio terrore. Un bel giorno, E. scappa dalla comunità per ritornare in Comasina dove, secondo le sue dichiarazioni, intende rivedere la nonna. Prima però passa dal solito parchetto, dove acquista sostanze stupefacenti: - da anni, infatti, fa uso di droghe - hashish e un acido che assume subito. Prosegue quindi il suo cammino finché, sotto casa della nonna, racconta di essere stata avvicinata proprio da William. Questi, prima minacciandola con una pistola, poi addirittura sparando un colpo in aria, - in pieno pomeriggio - la costringe a seguirlo nel locale spazzatura dello stabile, dove la violenta per due volte a motivo intimidatorio. Si sarebbe cioè trattato di un mezzo estremo per convincerla a ritrattare le accuse ai danni della sua famiglia. La ragazza in seguito si riveste, esce, incontra la sua amica C. e litiga con lei fino ad arrivare alle mani. Successivamente non saprà dire né dove avviene l’incontro, né il motivo della lite. Si rifugia allora a casa di un altro amico, dove si lava prima di raggiungere la stazione per tornare in comunità. Qui, le suore trovano la loro ragazza più irrequieta del solito: ha la voce impastata, si comporta stranamente, continua a ridere. Finché, incalzata dalle domande, racconta delle violenze subite da William.

6 indizi (a discarico) e nessuna prova (di colpevolezza) Un racconto che, se può commuovere una comunità di suore - in apprensione come una madre potrebbe esserlo per una figlia - non dovrebbe ingannare inquirenti preparati e qualificati, per l’assoluta mancanza di riscontri oggettivi in tutta la storia.

Prima di tutto, si tratta di una testimonianza rilasciata da chi aveva assunto sostanze allucinogene. Inoltre, tutti i protagonisti contraddicono la versione di E.: l’amica C., che ha dichiarato di non vederla da due anni (e che in quel periodo si trovava a sua volta ospite di una comunità, dunque nell’impossibilità oggettiva di trovarsi al quartiere Comasina); il ragazzo dove E. si sarebbe rifugiata, che ha negato di averla mai vista quel giorno (aggiungendo che non avrebbe mai fatto salire la giovane in casa sua, poiché non si trovava con lei in un tale rapporto di confidenza). E sono due testimoni che non hanno nessun interesse a dichiarare il falso (soprattutto il secondo: un minorenne che avrebbe semmai reso un gesto di solidarietà). Ancora: la pistola con cui William avrebbe sparato in aria non è mai stata ritrovata e nessuno si è accorto dello sparo, nonostante fosse pieno pomeriggio. Infine, la cosa più importante: è proprio l’elemento base, il fondamento dell’accusa, a non reggere. Il pm non ha infatti fornito alcuna prova del collegamento tra William e la famiglia della giovane, che dovrebbe invece risultare evidente se la violenza - come è stato dichiarato - derivava da uno scopo intimidatorio, finalizzato a favorire terze persone. Si tratta di un rapporto che, evidentemente, non può essere dato per scontato, ma deve essere oggetto di prova. Senza contare innumerevoli elementi secondari, non ultimo il fatto che la testimonianza della ragazza sia stata resa a persone (le suore) che non avevano la competenza per poter affrontare un teste in quelle condizioni; in questi casi poi, il primo approccio è determinante perché, fatto senza metodo, può falsare anche i successivi colloqui.

Ma forse, nella letteratura scientifica letta dai magistrati, non c’era neppure questo piccolo avvertimento...

di Esposito Francesco

(c) 2000 - Editoriale Tempi duri s.r.l.
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