Quattro mesi a San
Vittore, rinchiuso in una cella in compagnia di sei pedofili, poi
oltre un anno agli arresti domicilari nella casa dei genitori, al
quartiere Comasina di Milano. Sono le tappe del calvario di William
Valerio, 22 anni , accusato di violenza sessuale sull’amica
minorenne E.G. Un’accusa nebulosa e senza riscontri oggettivi. Come
ha dovuto riconoscere lo stesso tribunale presieduto da Italo
Ghitti, mercoledì 14 luglio scorso, assolvendo il giovane con la
formula piena.
Per William si era mobilitato da
subito il pm Pietro Forno, “specialista” milanese delle
delicatissime inchieste a sfondo sessuale, già balzato agli onori
delle cronache per il problematico “caso Artico” e per altri
processi, tutti legati ad accuse di pedofilia, chiedendo una
condanna esemplare: 10 anni di galera. “Ma la vicenda si è conclusa
diversamente, peraltro in primo grado”, commenta l’avvocato di
William, Beatrice Saldarini. “Comunque posso dire che il pm Pietro
Forno segue da anni le indagini sui reati sessuali, ha letto
montagne di letteratura scientifica e conosce profondamente le
problematiche di questo campo di indagine... un conforto, se si
pensa che l’errore giudiziario, in materia di abusi sessuali, deriva
soprattutto dal fatto che si seguono vicende processuali con un
metodo poco specializzato”.
Gioventù bruciata E la vicenda
processuale di William? Tutto nasce a seguito delle accuse di E.G.,
una ragazza difficile, violentata fin da bambina, in particolare dal
fratello, dallo zio e da due conviventi della madre (con il tacito
consenso e la copertura di quest’ultima). Sulla base delle
segnalazioni dell’insegnante, la sua tragica storia viene alla luce
ed E., dopo aver denunciato la famiglia, viene affidata ad un
istituto religioso. I familiari negano sempre ogni accusa, finché
uno di loro cede. Cominciano allora le minacce e le intimidazioni
alla giovane, messaggi e insulti scritti su biglietti, poi
sequestrati e periziati. Tutti recano la firma “Comasina”, come se
derivassero dall’ambiente del quartiere dove E. viveva (per molti
però, la calligrafia risulterà essere quella del fratello). Seguono
addirittura delle “spedizioni” di balordi che cercano la ragazza
fino a scuola, nonostante il suo istituto venga più volte cambiato e
tenuto segreto. Si crea insomma un clima di vero e proprio terrore.
Un bel giorno, E. scappa dalla comunità per ritornare in Comasina
dove, secondo le sue dichiarazioni, intende rivedere la nonna. Prima
però passa dal solito parchetto, dove acquista sostanze
stupefacenti: - da anni, infatti, fa uso di droghe - hashish e un
acido che assume subito. Prosegue quindi il suo cammino finché,
sotto casa della nonna, racconta di essere stata avvicinata proprio
da William. Questi, prima minacciandola con una pistola, poi
addirittura sparando un colpo in aria, - in pieno pomeriggio - la
costringe a seguirlo nel locale spazzatura dello stabile, dove la
violenta per due volte a motivo intimidatorio. Si sarebbe cioè
trattato di un mezzo estremo per convincerla a ritrattare le accuse
ai danni della sua famiglia. La ragazza in seguito si riveste, esce,
incontra la sua amica C. e litiga con lei fino ad arrivare alle
mani. Successivamente non saprà dire né dove avviene l’incontro, né
il motivo della lite. Si rifugia allora a casa di un altro amico,
dove si lava prima di raggiungere la stazione per tornare in
comunità. Qui, le suore trovano la loro ragazza più irrequieta del
solito: ha la voce impastata, si comporta stranamente, continua a
ridere. Finché, incalzata dalle domande, racconta delle violenze
subite da William.
6 indizi (a discarico) e nessuna
prova (di colpevolezza) Un racconto che, se può commuovere una
comunità di suore - in apprensione come una madre potrebbe esserlo
per una figlia - non dovrebbe ingannare inquirenti preparati e
qualificati, per l’assoluta mancanza di riscontri oggettivi in tutta
la storia.
Prima di tutto, si tratta di una
testimonianza rilasciata da chi aveva assunto sostanze allucinogene.
Inoltre, tutti i protagonisti contraddicono la versione di E.:
l’amica C., che ha dichiarato di non vederla da due anni (e che in
quel periodo si trovava a sua volta ospite di una comunità, dunque
nell’impossibilità oggettiva di trovarsi al quartiere Comasina); il
ragazzo dove E. si sarebbe rifugiata, che ha negato di averla mai
vista quel giorno (aggiungendo che non avrebbe mai fatto salire la
giovane in casa sua, poiché non si trovava con lei in un tale
rapporto di confidenza). E sono due testimoni che non hanno nessun
interesse a dichiarare il falso (soprattutto il secondo: un
minorenne che avrebbe semmai reso un gesto di solidarietà). Ancora:
la pistola con cui William avrebbe sparato in aria non è mai stata
ritrovata e nessuno si è accorto dello sparo, nonostante fosse pieno
pomeriggio. Infine, la cosa più importante: è proprio l’elemento
base, il fondamento dell’accusa, a non reggere. Il pm non ha infatti
fornito alcuna prova del collegamento tra William e la famiglia
della giovane, che dovrebbe invece risultare evidente se la violenza
- come è stato dichiarato - derivava da uno scopo intimidatorio,
finalizzato a favorire terze persone. Si tratta di un rapporto che,
evidentemente, non può essere dato per scontato, ma deve essere
oggetto di prova. Senza contare innumerevoli elementi secondari, non
ultimo il fatto che la testimonianza della ragazza sia stata resa a
persone (le suore) che non avevano la competenza per poter
affrontare un teste in quelle condizioni; in questi casi poi, il
primo approccio è determinante perché, fatto senza metodo, può
falsare anche i successivi colloqui.
Ma forse, nella letteratura
scientifica letta dai magistrati, non c’era neppure questo piccolo
avvertimento...