| Accusato
di stupro dalla figlia: niente grazia |
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Accusò il
padre del peggiore degli abusi, lo stupro. Convinse medici,
investigatori e giudici. Convinse di quell'atrocità subita. E fece
condannare papà. A otto lunghi anni di carcere. Poi, un giorno, la
milanese Alessandra B. ci ripensò e disse: mi sono inventata tutto. Mio
padre è innocente: «Questa è l'altra faccia della pedofilia. Non
sempre le vittime sono i bambini...».
Se quello che Alessandra dice è vero, c'è una punizione profonda, una nemesi feroce, nell'ingranaggio che ha messo in moto e che non potrà più fermare. Niente e nessuno toglieranno quegli otto anni, probabilmente ingiusti, inflitti a suo padre che nel frattempo è fuggito dove è possibile evitare una galera, magari immeritata. Niente e nessuno. Perchè persino la domanda di grazia che Alessandra ha inviato al presidente della Repubblica è stata rigettata. Cinque righe che l'ufficio competente del Ministero della Giustizia ha trasmesso alla Procura generale di Milano: «In base alle direttive impartite, alla documentazione acquisita e alle osservazioni espresse da codesta Procura... non ricorrono le condizioni generali per il provvedimento di un atto di clemenza». Alessandra ha 24 anni, è una studentessa dell'ultimo anno di Giurisprudenza, da sette anni e sette processi a questa parte grida l'innocenza del padre: dice che lui, sia pure latitante, è vittima dell'errore giudiziario da lei stessa innescato. Come una bomba. Il suo senso di colpa è irresistibile se, a clemenza rifiutata, scrive ancora al presidente Ciampi: «Mio padre è innocente... Io posso solo inginocchiarmi davanti a Lei, e supplicarla...». Se chiede di essere ricevuta: «Così Lei forse capirà che non sono pazza, che non sto mentendo... Mi dia la possibilità di passare il Natale felicemente, unita alla mia famiglia». E senza il peso del suo errore, implora. Ma come in una tragedia greca il meccanismo è il vero protagonista. E il meccanismo è stato innescato. Come una bomba. |