IL GIORNO

Papà è innocente, ridatemelo

«Nove anni fa aveva accusato il padre di avere abusato di lei. Oggi Alessandra C., ventiquattro anni, quarto anno di giurisprudenza, ha deciso di rivolgersi al presidente della Repubblica Campi per chiedere la grazia a favore del padre, condannato dopo la sua denuncia ad otto anni di reclusione per abusi sessuali. La vicenda prese l'avvio quando la ragazza aveva tra i quattordici e i quindici anni, nel 1991: la famiglia, allora residente in Valtellina, decise di metterla in un collegio a Rho per agevolarla negli studi. Fu in quell'epoca che la giovane si sentì sola e aggravare il suo disagio avrebbe contribuito anche un incidente stradale, Alessandra viene investita da un'auto mentre è in bicicletta e viene ricoverata alla clinica «Mondino» di Pavia per trauma cranico.
Al ritorno a casa l'assalgono crisi di panico, nausee e mal di testa. Rientrata in ospedale è sottoposta a visita psichiatra che accerta un disagio psicologico risalente a un periodo precedente il trauma e dovuto a conflittualità familiari. Curata con psicofarmaci, viene e ricoverata per due anni in clinica neurologica: 11 i tentativi di suicidio. E' qui che racconta degli abusi del padre e ne determina la cattura nel corso delle indagini preliminari.
Durante la sua confessione, per sentirsi «grande e ascoltata» Alessandra, nel descrivere il padre, gestore di un ristorante, come uomo violento e manesco, gli attribuì una serie di abusi sessuali; e parlò anche di un amico dell'uomo, che pure l'avrebbe palpeggiata senza che il genitore lo bloccasse. Adesso dici: Sì, lo ammetto, ho accusato ingiustamente mio padre. L'ho fatto per sentirmi al centro dell'attenzione, dopo che i genitori mi avevano mandata a Rho per frequentare le scuole superiori. Papà è innocente . Ridatemelo.».
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«L'ho accusato perché mi sentivo sola»

«Sì, lo ammetto, ho accusato ingiustamente mio padre. L'ho fatto per sentirmi al centro dell'attenzione, dopo che i genitori mi avevano mandata a Rho per frequentare le scuole superiori».
Alessandra C., ventiquattro anni, è una bella ragazza al quarto anno di giurisprudenza, che ha deciso di rivolgersi al presidente della Repubblica Campi per chiedere la grazia a favore del padre, condannato dopo la sua primitiva denuncia ad otto anni di reclusione per abusi sessuali. Tanti quanto dura la lotta di sua figlia per farlo dichiarare innocente. Una storia che presenta che propone al capo dello Stato un delicato interrogativo: e se fosse soltanto un tardivo tentativo della giovane per salvare il padre?
La vicenda prese l'avvio quando la ragazza aveva tra i quattordici e i quindici anni, nel 1991: la famiglia, allora residente in Valtellina, decise di metterla in un collegio a Rho per agevolarla negli studi. Fu in quell'epoca che la giovane si sentì sola e aggravare il suo disagio avrebbe contribuito anche un incidente stradale, Alessandra viene investita da un'auto mentre è in bicicletta e viene ricoverata alla clinica «Mondino» di Pavia per trauma cranico. Al ritorno a casa l'assalgono crisi di panico, nausee e mal di testa. Rientrata in ospedale è sottoposta a visita psichiatra che accerta un disagio psicologico risalente a un periodom precedente il trauma e dovuto a conflittualità familiari. Curata con psicofarmaci, viene ericoverata per due anni in clinica neurologica: 11 i tentativi di suicidio. E' qui che racconta degli abusi del padre e ne determina la cattura nel corso delle indagini preliminari.
Durante la sua confessione, per sentirsi «grande e ascoltata» Alessandra, nel descrivere il padre, gestore di un ristorante, come uomo violento e manesco, gli attribuì una serie di abusi sessuali; e parlò anche di un amico dell'uomo, che pure l'avrebbe palpeggiata senza che il genitore lo bloccasse. Un racconto arricchito di particolari che fece scattare il provvedimento restrittivo, con coinvolgimento nell'inchiesta anche del secondo uomo. Ad un certo punto gli atti processuali furono mandati da Milano a Sondrio per competenza territoriale, e il processo di primo grado si concluse con la condanna di entrambi gli imputati. Così la vicenda tornò a Milano per l'appello. Per ben tre processi, in seguito agli annullamenti da parte della Corte di Cassazione. Quella definitiva nell'aprile scorso.
Passata in giudicato la sentenza definitiva di condanna, il padre di Alessandra lasciò il ristorante e sparì dalla circolazione per evitare la cattura. Una situazione che ha profondamente scosso la figlia, che ora ha chiesto la grazia insieme alla sorella e alla madre.
«Ammetto — dice adesso la giovane — di avere mescolato con furbizia certi elementi per dare credibilità al mio racconto accusatorio. Ero talmente caricata che arrivai perfino a credere nella veridicità di quanto riferivo. In realtà, ero disperatamente sola».
Alessandra ritrattò già davanti al gup, in sede di udienza preliminare, ma non fu creduta.
Non prova rimorso per aver ingiustamente accusato il padre?
«Certo, un terribile senso di colpa; ma se mi avessero creduto al processo, mio padre non sarebbe stato condannato».
Adesso la parola è al presidente Ciampi, ma la Procura generale di Milano ha già dato parere contrario alla grazia. E il dottor Forno cosa ne pensa?
«La causa è passata attraverso tanti processi. Se i vari collegi giudicanti si sono espressi per la condanna, significa che gli elementi accusatori non mancavano».
Nella foto Alessandra parla con igiornalisti

di Annibale Carenzo