LA STAMPA

 

«Papà non è un pedofilo»

Ragazza a Ciampi: ho inventato tutto

 

Brunella Giovara

MILANO «Al Presidente Ciampi chiedo la grazia per mio padre». Il padre è latitante, la figlia è sinceramente pentita: «Non è vero che mi ha violentata. Erano tutte mie invenzioni. E poi stavo male, ero imbottita di psicofarmaci...».
Fantasie, ritrattate già durante le indagini preliminari. E un uomo in fuga, inseguito da un ordine di custodia cautelare: condannato definitivo, 8 anni per violenza sessuale su figlia minore. Dove sia finito, nessuno lo sa. Nemmeno Alessandra, che oggi ha 24 anni e dice «mi vergogno di quello che ho fatto». E ripete «lui è innocente». E racconta di aver ingannato tutti, i magistrati, le assistenti sociali, la psicoterapeuta, la mamma. «Questa è l’altra faccia della pedofilia - spiega mostrando la sua, di faccia - Non sempre le vittime sono i bambini».
La sua speranza è tutta nel Presidente della Repubblica. «Lui solo può sbloccare questa storia». Facile a dirsi. La Procura generale ha già dato parere negativo. Il Presidente ha ricevuto l’incartamento e altro non si può fare, spiega l’avvocato Luigi La Marca: «Chiedere la revisione del processo è impossibile. Sarebbe stato fattibile se lei avesse ritrattato dopo. Ma le sue dichiarazioni sono già state valutate dai giudici».
Sette processi, l’ultima Cassazione è dello scorso aprile. Condanna confermata, lì è cominciata la fuga del papà di Alessandra. La storia delle violenze invece risale al ‘94. La ragazza rimane vittima di un incidente stradale. Trauma cranico, e nausee, mal di testa e crisi di panico che proseguono anche dopo il ritorno a casa. Torna in ospedale, viene visitata dallo psichiatra che accerta «un certo disagio psicologico risalente ad un periodo precedente il trauma, dovuto a conflittualità intrafamiliari».
Dimessa, scappa di casa. Ha una nuova crisi, rientra in ospedale, questa volta in neurologia. Ci resta due anni, va avanti a psicofarmaci, tra nuove crisi e tentativi (undici) di suicidio. Durante una seduta di psicoterapia «cominciai a raccontare di aver subito abusi sessuali da parte di mio padre e di un amico di famiglia».
«La cosa è cominciata senza che me ne rendessi conto. Venne fuori che mio padre era manesco, violento. Raccontava barzellette sporche ai clienti del suo ristorante. Leggeva riviste pornografiche. Era una figura cattiva, insomma. Raccontai che da piccola avevo paura dell’uomo nero... e fu allora che percepii nettamente questo: anche se nessuno me lo chiedeva, tutti volevano che dicessi che l’uomo nero era mio padre. E lo dissi. Una volta sola. Li ho accontentati».
Alessandra ricorda perfettamente «il meccanismo che si avviò: andavo dallo psicoterapeuta e ricordando la mia infanzia immaginavo cosa sarebbe potuto accadere se mio padre fosse stato un pedofilo». Come? «Mescolando con furbizia i ricordi. Avevo quasi 16 anni e avevo già avuto le prime esperienze sessuali. Cose da adolescenti, ma con quelle condivo i racconti. L’unica verità riguarda le molestie dell’amico di papà».
Parte la denuncia, l’inchiesta è affidata al pm milanese Pietro Forno. La ragazza viene sentita da poliziotti, assistenti sociali, magistrato. «Davanti a lui i contorni della vicenda mi apparivano chiari, anche se non avevo mai subito nessuna violenza. Infatti sono vergine, come accertato dal ginecologo».
L’inchiesta passa poi per competenza territoriale (i fatti più gravi sarebbero avvenuti in Valtellina) alla procura di Sondrio. Davanti al nuovo magistrato «mi resi conto che tutto quello che avevo raccontato per mesi era assolutamente falso». Intanto il padre è in carcere e nega. La figlia ritratta, il processo comincia lo stesso.
«Non venni creduta anche quando raccontai di aver inventato tutto, in ospedale, perché volevo essere al centro dell’attenzione. E poi volevo far pagare a mio padre i maltrattamenti che ci imponeva in famiglia».
L’uomo viene condannato in primo grado, ma assolto in appello. La sentenza viene però annullata in Cassazione, nel ‘95. Il nuovo processo si chiude con la condanna. Ma segue un altro annullamento, e infine la condanna definitiva della Cassazione. Indietro non si torna, Alessandra lo sa bene. E’ iscritta al quarto anno di Giurisprudenza e dopo, forse, farà il magistrato: «Resta solo la grazia, e io l’ho firmata con mia madre e mia sorella perché papà è innocente. Lo giuro, è stata solo una ragazzata».