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CHIEDE LA GRAZIA PER IL PADRE: ALESSANDRA, ECCO PERCHE' L'HO FATTO

(ANSA) - MILANO, 10 SET - Alessandra è giovane e bella. Capelli neri, lunghi e ricci, occhi nei e grandi che non abbassa mai. Il colloquio si svolge nello studio del suo legale, avv. Luigi la Marca. Con lei c'è il fidanzato. Se ciò che lei racconta non fosse vero, sarebbe una perfetta attrice, per come parla di una bambina, oggi donna, travolta dai suoi turbamenti.

    Perchè ha accusato suo padre? "Sono anni che me lo chiedo e forse ora ho trovato la risposta. Cominciamo cl dire che amavo essere al centro dell'attenzione, che ho raccontato tutto solo i primi giorni, imbottita di psicofarmaci, e che sono vergine, come accertato da un ginecologo. La cosa è cominciata senza che me ne rendessi conto. Durante la psicoterapia emerse che mio padre era manesco, violento, insomma una figura cattiva. Emerse che talvolta raccontava barzellette sporche ai clienti del ristorante, oppure che leggeva riviste pornografiche".

   Ma da qui alle violenze ce ne passa. "Quando dissi che da piccola avevo paura dell'uomo nero, cominciarono i dubbi. Percepii nettamente che, seppure nessuno me lo chiedesse, tutti volevano che dicessi che quella figura, l'uomo nero, era in realtà mio padre. E io lo dissi, una sola volta. Li ho accontentati. Ricordo benissimo il meccanismo che si avviò: andavo dallo psicoterapeuta e ricordando la mia infanzia immaginavo, si immaginavo, cosa sarebbe potuto accadere se mio padre fosse stato un pedofilo". "Finiva la psicoterapia e tornavo nel reparto a giocare con gli amici come se nulla fosse. In pratica, raccontavo ed ero premiata. All'inizio avevo la sensazione di appagare gli altri, ma quando sono uscita dall'ospedale mi sono subito resa conto di aver detto il falso. E l'ho detto a medici, poliziotti e giudici".

   Come ha costruito tutto? "Mescolando con furbizia i ricordi. Avevo 16 anni e già avevo avuto le prime sperienze sessuali, per carità cose da adolescenti. Con quello condivo i racconti. Quando ho creduto di essere stata smascherata riguardo a mio padre, allora ho tirato fuori l'amico. Era vero che l'amico mi aveva molestato, che aveva toccato me e le mie sorelle. La loro testimonianza avrebbe reso credibile tutto quello che avevo già detto. Inventai degli episodi guarda caso accaduti quando ero sola con lui. Arrivai perfino a credere a quello che raccontavo". "Ero disperatamente sola - aggiunge - e misi su lo stesso meccanosmo con il dott. Forno".

   Prova rimorso? "Sono convinta che la nostra famiglia tornerà unita e felice. Certo che mi sento in colpa, prima di tutto per aver accusato un innocente, che per di più è mio padre. Mi hanno ripetuto più volte che spesso le ragazze violentate dai padri ritrattano. Ciò che mi chiedo è come facciano i giudici a distinguere tra coloro che ritrattano per senso di colpa e coloro che hanno mentito". (ANSA).