Avvenire

 

PEDOFILIA
«Ho mentito: graziate mio padre»



Alessandra, 24 anni, si è rivolta al presidente della Repubblica Ciampi per ottenere la grazia per suo padre, condannato in via definitiva per pedofilia, proprio per avere abusato della figlia. La giovane, che già durante il lungo iter della giustizia (sette processi) aveva ritrattato le prime accuse, ribadisce di avere mentito: «Mi vergogno di me stessa. Mio padre è innocente». I racconti iniziarono dopo un ricovero in ospedale per un incidente: la ragazza in bicicletta fu investita da un'auto e subì un trauma cranico. L'uomo, condannato a 8 anni, è attualmente latitante.
MILANO L'uomo è latitante dopo la sentenza a 8 anni. Il pm: già al processo le ritrattazioni non furono credute


«Ho inventato le accuse a mio padre»

La figlia di un condannato per violenza chiede la grazia a Ciampi
Dopo un incidente la ragazza in ospedale parlò dei soprusi subiti in famiglia ma di fronte alla corte d'appello cambiò improvvisamente la sua versione
Fabio Grasso


Milano. Prima lo aveva fatto ritratto come un padre-pedofilo, ma oggi, a distanza di tanti anni, confessa che le sue accuse erano invenzioni, che suo padre fu condannato ingiustamente. E per ribaltare quella sentenza ormai definitiva, una ragazza milanese si rivolge al presidente Carlo Azeglio Ciampi.
Ha 24 anni Alessandra , studentessa al penultimo anno di giurisprudenza a Milano. Da 8 lotta per dimostrare, senza riuscirci, l'innocenza del genitore. Ora si aggrappa all'ultima speranza e chiede al presidente della Repubblica di graziare il padre per un errore giudiziario di cui lei stessa dice di essere la causa assieme a medici, investigatori e soprattutto ai giudici. Accanto alla sua firma si sono quelle della madre e di una sorella, sulla domanda di grazia fatta arrivare a Ciampi qualche giorno fa (ma accompagnata da parere negativo della Procura Generale). Dopo due anni di custodia cautelare, il padre, Giovanni, è fuggito: ora è un latitante colpito da condanna definitiva a 8 anni, dopo 7 processi e nonostante la ritrattazione della figlia già nelle indagini preliminari. Il magistrato che condusse le indagini, Pietro Forno, non vuole entrare nel merito. «Non commento una sentenza che ormai è definitiva. Già durante il processo di primo grado emerse una ritrattazione della giovane, ma i periti nominati dal tribunale dimostrarono che la sua nuova versione non era attendibile».
«Continuo a domandarmi - scrive però Alessandra a Ciampi - perchè mai ho inventato una storia così orribile. Ho trovato molte risposte che però nessuno vuole più ascoltare». «Mi vergogno di me stessa. Mio padre è innocente». Questo è il racconto della storia, fatto dalla stessa Alessandra. Inizia nell'80 quando la famiglia si trasferisce in Valtellina per aprire un ristorante. Tra alti e bassi, la vita familiare scorre normale, ma talvolta è scossa dagli eccessi del padre iroso e manesco.
Nel '91 i genitori mandano Alessandra a vivere a Rho per frequentare la scuola superiore. Lei, che vuole essere sempre al centro dell'attenzione improvvisamente, si sente sola, abbandonata. Soffre il distacco da famiglia e amici. A fine '92 accade quello che sarà l'elemento scatenante dell'intera vicenda: Alessandra viene investita da un'auto mentre è in bicicletta. E' ricoverata per trauma cranico. Tornata a casa la assalgono nausee, mal di testa e crisi di panico.
Rientrata in ospedale, una visita psichiatrica accerta «un certo disagio psicologico risalente ad un periodo precedente il trauma e dovuto a conflittualità intrafamiliari». Torna a casa, ma dopo un po' fugge e raggiunge Pavia. Mentre è al cinema, sola, la assale una crisi. Viene portata in ospedale e poi in una clinica neurologica dove le vengono somministrati psicofarmaci. Ci resterà quasi due anni in tutto, tra crisi e 11 tentativi di suicidio. E' allora, scrive a Ciampi, che «cominciai a raccontare di aver subito abusi sessuali da parte di mio padre e di un amico di famiglia», abusi dei quali «ero certa». Si susseguono gli incontri con poliziotti, assistenti sociali e con il pm milanese Pietro Forno che, secondo la ragazza, non avrebbe avuto «alcuna competenza ad indagare». Davanti al pm, ammette Alessandra, «i contorni di questa vicenda mi apparivano nitidi e ben definiti, nonostante non avessi mai subito nessun tipo di violenza».
Quando l'inchiesta passa a Sondrio, la ragazza comincia a dubitare dei suoi ricordi: «Mi resi conto che tutto quello che avevo raccontato per mesi» era «assolutamente falso». Comincia il processo, col padre e l'amico accusati di violenze gravissime, iniziate per l'accusa quando Alessandra aveva 3 anni. Non le credono, neppure quando dice di aver accusato il padre perchè così in ospedale era «posta al centro dell'attenzione», lei che voleva «attirarla in qualunque modo», e che in fin dei conti voleva far pagare al padre i maltrattamenti in famiglia. L'assoluzione arriva in appello, ma la sentenza è annullata nel '95 dalla Cassazione. Il processo, ricominciato in appello, si chiude con la condanna alla quale seguono un nuovo annullamento e una nuova condanna, definitiva, in Cassazione nell'aprile scorso. «Non si può chiedere la revisione - spiega il legale della giovane, l'avvocato Luigi la Marca -. Se avesse ritrattato dopo si sarebbe potuto pensare alla revisione. Ma le sue dichiarazioni sono state già valutate dai giudici».