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Le mie crisi
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Tempo fa iniziai a scrivere, giorno per giorno, i ricordi di questi otto lunghi anni, usando come punto di riferimento i miei diari. Non ho ancora sciritto molto, un po' perchè manca il tempo, e un po' perchè forse preferisco attendere che "tutto sia risolto". Ho comunque cominciato a descrivere, approssimativamente, anche le mie crisi. Ve ne darò un accenno qui di seguito.
Le prime manifestazioni delle mie crisi avvennero nell'ospedale di Rho, dove fui ricoverata dopo l'incidente avuto il 02/11/1992. Da "piccole paure" si trasformarono in poco tempo in vere e proprie crisi pseudo-epilettiche (simili a crisi epilettiche, ma di natura psicologica). Credo che questo sia stato il "loro primo giorno":
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2 NOVEMBRE - 04 DICEMBRE 1992, OSPEDALE DI RHO
a volte rivedevo i fari della macchina, sentivo il botto, rifacevo il volo, ribattevo violentemente la testa sull’asfalto; aprivo gli occhi, ed ero in un luogo straniero, buio, sola. Tutto d’un tratto venivo assalita dal panico, non capivo più che cosa mi succedeva: le mani mi sudavano, il cuore mi batteva forte, il respiro diventava affannoso, ero ricoperta da brividi, da tremori, e per istinto il corpo mi si irrigidiva. Era notte, ed ero sola, quando accadde la prima volta.
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(...) nessuno riuscì a spiegare (...) cosa significassero quegli attacchi d’ansia e di panico, che alle volte mi assalivano. Attacchi che avevano ormai assunto la forma di vere e proprie crisi, simili a quelle epilettiche. Crisi che continuarono anche dopo la mia dimissione dall’ospedale di Rho.
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DICEMBRE 1992, LICEO SCIENTIFICO
Ecco che, tutto d’un tratto, mentre seguo una lezione in classe, cominciano gli attacchi di panico. I primi sintomi sono gli stessi: paura, tremori, sudori freddi ed ora anche senso di vuoto. Sento che: "perdo i sensi (...) ma non ho paura, sto bene. Ciò che mi spaventa sono le voci all’esterno che mi chiamano". ”Ale, Ale, rispondi…”. "Chi sono? Perché non mi lasciano in pace? Perché vogliono che mi svegli?" Sentii agitazione tutt’intorno a me, più ne sentivo, più mi agitavo anch’io, e più l’ansia mi assaliva. Il senso di vuoto però dopo poco scompariva. Sentivo, sentivo tutto ciò che accadeva attorno a me. Ma non volevo farne parte, non volevo uscire da quel qualcosa che faceva sfogare la mia rabbia e le mie paure, le mie angosce e i miei timori.
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25 DICEMBRE 1992, OSPEDALE DI CHIAVENNA
Erano le 18.15 circa probabilmente quando mi provocai quella crisi (...) ... parlano di elicottero, e di ambulanza. Forse la cosa è più grave di quel che pensano. O forse stavolta è davvero più grave. Ma cos’è che lo decide? Cosa è che lo aggrava o lo attenua? Io non lo so, ad un certo punto non sono più io a comandare le crisi. E solo a volte sono io a decidere quando farle smettere. Ma quella volta, fu tutto molto strano. Persi totalmente conoscenza. Da quel momento, da quando sentii le voci dei medici e non più quelle dei miei amici, caddi nel vuoto più totale.
25-30 DICEMBRE 1992, OSPEDALE DI LECCO
Mi svegliai tramortita, non capendo e non sapendo proprio più nulla, in una grande stanza calda, molto calda (...) ero in rianimazione |
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18-21 GENNAIO 1993, OSPEDALE SAN MATTEO DI PAVIA
Crisi che erano aumentate, di numero e di violenza (...) ... ne avevo in continuazione, mattina, pomeriggio, sera e notte. E siccome non erano più limitate a convulsioni, tremori ed irrigidimenti, gli infermieri dovevano trattenermi affinché non cadessi dal letto: mi dimenavo, sobbalzavo in avanti col busto, scuotevo continuamente il capo, che a volte ciondolava come una pallina legata ad un portachiavi. Una volta ebbi una crisi molto violenta, e ci vollero sei infermieri per trattenermi. Ma io, ero più forte. Cosa vuol dire più forte? Vuol dire che dentro di me io mi ribellavo, combattevo contro qualcosa, e quel qualcosa erano le persone che volevano impedire le mie crisi, che non volevano che mi facessi del male dimenandomi. Ma perché mi ribellavo a loro? E, mi ribellavo a loro, o alle mie crisi, alla mia condizione disperata, di “malata ma non si sa di che”? Volevo vincere, vincere la loro forza, e sapevo che ci riuscivo, perché per farmi smettere, loro dovevano farmi punture e flebo di valium. Ed io ero più forte.
Alle volte sembrava che lo cercassi quel contatto, quella lotta. Se sentivo che attorno a me c’era qualcuno che avrebbe potuto trattenermi dal cadere, lo affrontavo, e mi scatenavo. Era uno sfogo, forse. Ma non lo potrei dire con sicurezza. Da un lato volevo liberarmi delle crisi, perché mi costringevano ad una vita esasperata e ossessionata dalla loro presenza; dall’altro però mi servivo di loro per poter sfogare la mia rabbia, le mie paure e le mie insicurezze. (...) Cosa volevo? Non lo so. So però che dentro di me avevo un enorme disagio, giovanile o no, che mi tormentava, mattina e sera. E le crisi erano allora uno sfogo; e allo stesso tempo un anti-sfogo. |