Gazzetta del Sud

 

L'uomo condannato a otto anni è latitante

Luisa Ciuni MILANO – Una richiesta di grazia a Ciampi per il padre. Per quel padre che aveva accusato di averla violentata e che ora, dopo sette processi, è latitante. Una ritrattazione pubblica, completa, totale di quelle accuse. E tanti perché inevasi, sullo sfondo di una storia privata difficile. Parla Alessandra, 24 anni. Una faccia simpatica che, di tanto in tanto, tradisce emozione e imbarazzo. Per una vicenda antica di sofferenza mentale. «Perché parlo oggi? No, non mi sono decisa adesso, mentre mi state ascoltando, all'epoca ho già detto tutto al processo d'appello e difatti mio padre, quella volta, è stato assolto. Quando ho cominciato alla fine del '92 ad accusarlo non c'era un motivo. Cercavo delle risposte e l'attenzione dei medici che volevano sapere, perché ero lì (Alessandra era ricoverata in un ospedale con una crisi nervosa, ndr).


Dopo quella crisi acuta, Alessandra sta due anni in ospedale, sottoposta a cure psichiatriche e isolata dal mondo. Il padre, dice oggi, lo ha accusato perché «pressata» da medici, poliziotti, magistrati senza avere chiara la gravità delle accuse. Che ha capito solo quando è tornata in famiglia. «Non sapevo che cosa era successo. Chiedevo dove fosse mio padre e gli altri mi dicevano "lo sai tu dov'è". Quanto era avvenuto l'ho scoperto quando me lo hanno raccontato. Io credevo di avere giocato, di avere fatto una ragazzata. Allora, subito, ho parlato al pm di Sondrio, al medico, al prete, ai poliziotti. Non mi hanno ascoltato. Per lo meno, lo hanno fatto quando stavo malissimo, quando ero sotto psicofarmaci e non ora che sono diventata maggiorenne, sto bene, studio. Basti dire che per uscire dalla clinica neurologica ho dovuto firmare quando ho fatto 18 anni, loro non volevano lasciarmi andare. E mi dicevano, "ritratta, tanto lo fanno tutti", senza dare peso alle mie parole. Ora spero nel presidente della Repubblica.» Cosa direbbe a Ciampi? «Gli direi di guardarmi negli occhi me e la mia famiglia, anche mio padre, di vedere tutto quello che abbiamo sofferto e lottato. E poi di dare un giudizio che sarà sicuramente positivo, una volta che ci abbia visti e capiti.» Dopo un'infanzia in Valtellina, che lei stessa definisce «felice e bellissima», appena turbata dal padre manesco, Alessandra ha un incidente con trauma cranico e viene ricoverata una prima volta. Sembrano solo strascichi, nausea, mal di testa, ma poi fugge di casa e, in un cinema, la prende l'attacco violento che distruggerà la famiglia. Dopo le accuse, il padre viene processato sette volte per violenza carnale assieme a un amico (verso il quale, però, la giovane non ritratta). Pubblico ministero è Piero Forno, specializzato in reati contro i minori. L'uomo viene condannato in primo grado, poi assolto in appello; nel '95, la Cassazione annulla tutto. Anche il secondo appello si chiude con una condanna che viene annullata a sua volta fino alla terza condanna e alla sentenza definitiva della Cassazione. L'uomo, che deve scontare otto anni e ne ha fatti due di carcere preventivo, fugge mentre all'avvocato La Marca, non essendovi modo di fare riaprire il dibattimento, non resta che chiedere la grazia. Questa volta , con l'aiuto di Alessandra.