02 settembre, 2000

Eminentissimo Signor Presidente,

Le scrivo questa lettera perché spero possa influire positivamente sull’esito della domanda di Grazia che è stata presentata, circa quattro mesi fa, a favore di mio padre, B. Giovanni, condannato, ingiustamente, per molestie sessuali nei miei confronti.

 

Mio padre ha dovuto scontare, da innocente, due anni di galera, in cui veniva picchiato e maltrattato dai suoi carcerieri, due anni in cui è stato allontanato dalla sua famiglia.

Sono otto anni che io e la mia famiglia cerchiamo di dimostrare l’innocenza di mio padre, ma su quattro processi, abbiamo ottenuto una sola assoluzione, per assenza di prove.

Mio padre ormai non può più stare con noi, è latitante, solo e disperato, e si chiede ancora: ”Perché, perché è successo? Cos’ho fatto?”.

 

Mia madre è ancora convinta che il processo non sia finito, e continua a ripetere quello che no le è stato permesso di dire in tribunale, ed attende mio padre, suo marito, per tornare felici, tutti insieme. Spesso non mangia, e troppo spesso mi chiede:” Ale, non ce la faccio più, quando finirà tutto?”

 

Le mie sorelle non riescono più a pensare “al caso”, perché anche loro vorrebbero tornare indietro con l’esperienza di oggi, e saper cosa vuol dire “interrogatorio”, “processo”, ”accusa”, e saper che non è tutto un gioco.

 

Io penso d’esser l’unica della mia famiglia ad avere ancora la forza di lottare, per la nostra giustizia. Io che continuo a domandarmi perché mai ho inventato una storia così orribile. Forse, dopo tanti anni, ho trovato molte risposte, che però nessuno vuole più ascoltare, ora che il processo ha avuto termine.

Quella domanda, perché mi fossi inventata tutto, me la fecero I giudici, quando ancora ero “detenuta” in ospedale; quel luogo maledetto a  cui la mia psiche era ancora legata, dove si scatenò la mia pazzia, in quel carcere mentale, carcere dello spirito, lontana dalla realtà e dalla mia persona.

 

So d’aver sbagliato; so d’esser stata un’ingenua a non accorgermi di quello che le mie parole stavano scatenando al di fuori di quel carcere mentale. Per me era diventato uno strano meccanismo: più parlavo con medici e poliziotti, più avevo nuove idee e suggerimenti, nuove cose da inventare; e più inventavo accuse su mio padre, più la loro attenzione su di me aumentava. Tutti loro non hanno capito che usavo I miei ricordi d’infanzia, puri, e li infangavo d’oscurità, per poter dare la “prova” che le mie menzogne erano vere. Come ho potuto rovinare I più bei ricordi, e trasformarli in incubi? E alla mia famiglia non pensavo?

No, giuro su Dio che mai ho pensato al male che facevo a mio pare e alla mia famiglia in ospedale. Per me non esistevano più. Esisteva solo l’ospedale, e le persone che conteneva.

 

Io non ho mai raccontato nulla di simile in tutta la mia vita, se non in quell’ospedale, e se non per pochi mesi. E perché dunque I giudici mi hanno creduto? Perché hanno, subito, immediatamente, creduto anche I medici alle menzogne che ho raccontato? Perché non mi hanno mai domandato se fosse vero ciò che raccontavo, se ne fossi sicura?

 

Signor Presidente, com’è possibile che abbiano condannato mio padre? Perché I giudici non mi hanno creduto? Le giuro che non ci sono prove che dimostrano la colpevolezza di mio padre, e non capisco come ci si è potuti basare solo su dei racconti di una ragazza che in quel momento era psicolabile, irriconoscibile, da quanti psicofarmaci le facevano ingerire. Ed I medici sostengono invece che siano stati gli psicofarmaci a “farmi tornare bambina”, ad avere “la mente libera”. Perché I medici allora non mi spiegano perché prima d’entrare in ospedale non ho mai avuto problemi, nè quando ne sono uscita, mentre quando ero in ospedale sono più volte scappata, ho tentato undici volte il suicidio, e la mia persona era instabile? Loro, I medici, risponderebbero perché ero tornata “me stessa”, la bambina infelice. Ma quale “me stessa” dico io, se non c’è mai stata una bambina infelice? Io ho potuto vedere solo una ragazza disperata, rinchiusa in un manicomio, legata al letto, senza lenzuola, e chiusa a chiave.

 

Non capisco come loro pretendano di sapere come mi sento, e di come sono stata da bambina. Loro, che non sono dentro I miei sentimenti, loro che da bambina non m’hanno conosciuta mai.

 

Ricordo che il dott. Rossi, il medico che mi aveva in cura, mi disse che è normale che I ragazzi ritrattino, nei casi di violenza sessuale, e che dunque non credeva alla mia. Mi chiedo allora, come possono distinguere i giudici, tra coloro che ritrattano perché dispiaciute del padre, colpevole, in carcere, e coloro che ritrattano perché disperate per aver mandato in carcere il padre, innocente? Entrambe le accusatrici ritrattano per sensi di colpa. Solo una però lo fa perché ha mandato in carcere un uomo innocente, e perché è stata fatta un’ingiustizia.

 

Mio padre è innocente, e la mia famiglia ha combattuto fino alla fine per dimostrarlo e urlarlo a tutto il mondo. Ed ora non ce la facciamo più. Il caso è chiuso e riaprire un processo è molto difficile e complicato, ed in più occorrono nuove prove, o nuove testimonianze. Dove le trovo? Tutto è già stato giudicato. Ho già fatto una visita ginecologica, in cui risulta che sono ancora vergine, e rifarla non avrebbe senso. Nel mio caso si tratta di parole, pure e semplici parole, mai dimostrate e sempre e solo ingigantite. Eppure i giudici dicono che sono vere. Io dico invece che sono false. Chi le può giudicare meglio? Io che le ho dette, o loro che non me le hanno mai sentite pronunciare?

 

Ho ventiquattro anni, sono al IV anno di Giurisprudenza, e sto studiando per diventare avvocato penalista, di modo che un giorno, se sarà possibile, troverò il modo per far riaprire il processo, ed ottenere finalmente giustizia. Nessun avvocato infatti ha visto finora una possibilità per la riapertura. Temo però che I miei genitori non ce la facciano ad aspettare così tanti anni, ed in più, in Italia, non è mai stato riaperto un processo per presunta pedofilia.

 

                Non so più cosa fare, né cosa dire.

 

La prego, ci aiuti. Conceda la Grazia a mio padre, affinché la nostra famiglia possa essere riunita, e poter iniziare insieme d alleviare il dolore sofferto. 

                La ringrazio.

Alessandra D. B.