Perché?

 

 

 

Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi,

 

qualche tempo fa Le ho già scritto una lettera, che non ha purtroppo preso in considerazione, e nella quale le esplicitavo i motivi che mi hanno spinto a presentarLe una supplica. La sua risposta è stata negativa, mi ha negato un suo aiuto. Non voglio quindi ripetere le mie parole, la mia umiliazione nel chiedere qualcosa a cui mio padre dovrebbe essere estraneo. Mio padre è innocente, e nonostante ciò io posso solo inginocchiarmi davanti a Lei, e supplicarLa perché conceda alla mia famiglia di poter vivere di nuovo.

Sento, dunque, di chiedere a Lei, ma non solo a Lei, il perché di questa Sua decisione. Dato che la motivazione esplicata nella notifica giunta al mio legale, Luigi la Marca, non mi è chiara.

Cosa significa, signor Presidente: “…codesta Procura Generale, ritiene che non ricorrano le condizioni per il promovimento di un atto di clemenza?”.

Signor Presidente, non capisco; quali condizioni dovrebbero esserci? Me lo dica, la supplico, e farò in modo che vi siano, perché nel codice non ho trovato alcun riferimento a “condizioni”, e né la giurisprudenza dice nulla a proposito.

Il Suo dovrebbe essere un atto di clemenza. E la clemenza penso che non dovrebbe essere ostacolata da alcuna condizione. È pietà e comprensione che deve essere guidata, forse, anche dai sentimenti.

 

Le chiedo un perché, Signor Presidente, un perché che io possa capire. E, purtroppo, non so se riuscirà ad accontentarmi, perché so che è difficile trovare un perché ad un’azione così delicata e complessa. Purtroppo lo so, perché, come Lei ben sa, nemmeno io sono mai riuscita a trovare un perché a quel che ho inventato sul conto di mio padre. Quindi, presumo, che nemmeno Lei ne abbia uno puntuale e preciso. Ma possono esserci, al contrario, molti perché.

 

Signor Presidente, mi scuso per la mia invadenza, ma io ne avrei uno da porLe.

E mi piacerebbe, se possibile, averne da Lei delle risposte.

Nel frattempo però, mi permetterò di cercarle da sola, poiché è dal momento in cui ho saputo della Sua decisione che continuo a farlo.

Signor Presidente, perché non ha accettato la richiesta di grazia?

Io potrei rispondere perché mio padre è latitante; perché Lei ritiene che mio padre sia colpevole; perché in questo periodo I casi di pedofilia sono, purtroppo, aumentati…

 

Ma non vedo perché, mio padre dovrebbe andare in carcere se è innocente.

Signor Presidente, a causa della disperazione, e per debolezza, ho sentito a volte dire a mio padre che voleva costituirsi, perché così ci sarebbe stata più possibilità che la richiesta di grazia avesse un esito positivo. Io, non ho voluto, signor Presidente. Mio padre per disperazione sarebbe disposto a subire qualcosa che non merita, qualcosa per cui è accusato ingiustamente. E non è giusto. Io non ci sto. Io non posso permetterlo. Io ho sbagliato, e perché è mio padre la persona che deve pagare? Non è scritto da nessuna parte. Non è nella mia concezione di giustizia.

Signor Presidente, sto imparando attraverso I miei studi, quanto la certezza della giustizia sia una cosa irraggiungibile. Come si è potuto allora affermare di avere la certezza che mio padre è colpevole? Come lo si è potuto giudicare, su che base si è ritenuto di doverlo dichiarare colpevole?

Signor Presidente, io Le ho scritto nella precedente lettera, che non ci sono prove della colpevolezza di mio padre, e che, anzi, ve ne sono a sfavore. Gliel’ho giurato, ma forse non ha creduto in me. Allora le chiedo, con molta umiltà, e nessuna pretesa, di incontrarmi e di parlare con me. Forse anche Lei capirà che non sono pazza, che non sto mentendo. Potrà visionare le prove che ho trovato e che smentiscono le mie false dichiarazioni di sette anni fa.. Le conservo in un luogo sicuro, ed attendo che qualcuno abbia il coraggio di vederle e di prenderne conoscenza.

 

Signor Presidente, Le posso dar prova dell’innocenza di mio padre, mi creda. Così che Lei non potrà più averne dubbi. Se dunque, è stato questo il motivo del Suo rifiuto alla mia supplica, sono pronta ad incontrarLa. Mi potrà porre tutte le domande che vorrà, potrà conoscermi di persona, e potrà capire e conoscere di più anche tutta questa storia.

 

Se invece si è ritenuto che il mio caso sia legato ai casi di pedofilia di questo momento, io ritengo che il mio caso non abbia nulla a che vedere con essi. Mio padre, non ha mai abusato di me, e non ha mai avuto a che vedere con la giustizia circa reati di pedofilia, né di violenze sessuali. I reati penali che mio padre ha commesso sono solo una denuncia per rumori molesti nel paese in cui vivevamo, perché una sera, dopo il lavoro in pizzeria, ha gettato vuoti di bottiglie nella campana per la raccolta di vetro della piazza. Mio padre è stato accusato di un altro reato: è stato in carcere militare per due o tre giorni, se non erro, da giovane, per un ritardo. Ecco, I reati che mio padre ha commesso. E sono questi, sono questi i reati penali di cui mi ha sempre parlato il commissario Stefania Chilosi De Bellis, facendomi credere che mio padre fosse un mostro, quando aspettava da me accuse su mio padre, quando mi diceva: “Alessandra, stai tranquilla, non aver paura di accusare tuo padre; tuo padre è già stato accusato di altri reati”.

Ritengo, signor Presidente, che vi sia un ulteriore elemento: sono io, signor Presidente, io, presunta vittima, a chiedere la grazia per mio padre. E quale persona potrebbe mai chiederla per un uomo che le avrebbe rovinato la vita, e l’avrebbe perfino costretta a rapporti con il proprio cane? Che pazza mai sarei, signor Presidente, a chiedere la grazia per un uomo così malefico?

Il fatto è che mio padre non è il mostro che mi hanno aiutato a costruire I medici, le poliziotte, il giudice, dott. Pietro Forno e le enormi quantità di psicofarmaci e punture che mi costringevano ad assumere. Non lo è. Lo sarà per molte altre cose. Ma non per quel che sono stata indotta dalla mia malattia, ad inventare.

La mostruosità di mio padre è stata vista nelle sue esperienze omosessuali avute in gioventù; ma omosessualità, signor Presidente, non vuol dire pedofilia. Mio padre qualche volta ha picchiato mia madre e noi sorelle; nemmeno questa è pedofilia. Mio padre leggeva giornaletti pornografici, con personaggi adulti; non è come leggere giornali pornografici con bambini. Mio padre ha tradito mia madre; non è pedofilia. Mio padre giocava agli occhi di tutti con tutti gli amici miei e delle mie sorelle, e nessuno di loro ha mai detto ai processi che mio padre ha avuto nei loro confronti strane attenzioni; non è pedofilia.

Eppure I giudici l’hanno interpretato proprio così. Hanno detto che mio padre ha una strana personalità. Ma questo vuol dire essere pedofili? Tutto questo mondo è pedofilo?

Mio padre ha certamente sbagliato in molte sue azioni. Soprattutto dal punto di vista morale. E forse anche mia madre ha commesso alcuni sbagli. Come ogni genitore, penso, a volte sbaglia. Nonostante tutto ritengo di aver avuto dei buoni, forse ottimi, genitori. Se io ho tutta questa forza di lottare contro ogni ingiustizia, lo devo a loro, alla loro onestà e al loro coraggio. E non finirò mai di ringraziarli per tutti gli insegnamenti che mi hanno sempre dato. E per essermi sempre stati vicino.

 

Questa storia, signor Presidente, ha tanti lati oscuri, che molti non riescono a comprendere.

Ma dipende anche dall’interpretazione che gli si vuol dare. Anche i giudici hanno dato a questo caso, ed alla mia ritrattazione, diverse interpretazioni: mio padre è stato giudicato colpevole, ed innocente allo stesso tempo. Ma, allora, anche se non lo si dovrebbe dire, qualcuno ha sbagliato ad interpretare, o a giudicare?

 

Signor Presidente, vorrei chiederLe un’ulteriore risposta alle mie suppliche. Mi farebbe molto piacere se fosse proprio Lei a rispondermi. Non so se Lei ha letto la mia precedente lettera, ne so se la decisione alla mia richiesta di grazia è stato Lei a prenderla. Io continuo a pensare di no. Penso abbia deciso solo la Procura Generale. Forse perché credo che Lei non avrebbe detto di no alla mia supplica. Credo che lei avrebbe sentito i pensieri e le preghiere che in questi mesi Le rivolgevo; credo che Lei avrebbe sentito la speranza che la mia famiglia ha riposto in Lei.

 

Sta sopraggiungendo il Santo Natale. Mi dia la possibilità, dopo tanti anni, di poterlo passare felicemente, unita alla mia famiglia, senza il terrore che qualcuno venga a portare via mio padre. E senza il peso del mio errore.

Dio forse mi ha perdonato. La mia famiglia ha visto e vissuto la mia malattia, e non mi dà colpe. Mio padre ha capito il mio errore, e mi offre il suo appoggio e la sua comprensione. Mi ripete sempre che sono sua figlia, e che non devo essere perdonata.

La giustizia invece, mi ha condannato ad una vita miserabile e non mi ha concesso il perdono, perché ritiene che io sia colpevole. Io, si, perché condannando mio padre, hanno condannato anche me e la mia famiglia. Ci hanno punito perché, ignoranti, non abbiamo saputo difenderci nel modo migliore. Ci hanno inflitto una pena così pesante, che è peggio di ogni altra. Una pena che sconteremo per tutta la vita. Solo Lei può ridarci la libertà, signor Presidente.

La condanna di un innocente è, secondo me, ancor più grave di una condanna a morte. La condanna che l’Italia respinge fermamente; e che non sa di infliggere ancora.

Il condannato a morte, innocente o colpevole che sia, viene tolto alla sua vita d’inferno. Una persona condannata ingiustamente a qualsiasi altra pena, invece, deve scontare la sua pena finché non sopraggiungerà la morte naturale. Perché lo seguirà per tutta la sua vita.

È forse per questo che avvengono tanti suicidi nelle carceri. Come si fa a vivere con il peso di una condanna ingiusta? Meglio la morte. O forse, è meglio continuare a lottare perché venga almeno alleviata un po’ di sofferenza.

La mia famiglia non dimenticherà mai la pena che gli è stata inflitta. Per causa mia.

Ed io non so più come poter rimediare a quel terribile e mostruoso errore che commisi in quelle settimane nel manicomio di Pavia. Qualcuno mi punisca, ma punisca solo me.

 

Voglio augurare a tutti coloro che hanno avuto potere di decisione in questa storia, di passare un felice Natale con la propria famiglia, uniti, allegri, e senza il peso di un’ingiusta condanna sulla coscienza.

 

In ultimo, avrei da aggiungere qualcosa sul mio conto.

Come già molti hanno scritto, ho 24 anni, e sono studentessa di giurisprudenza, al quarto anno. Studio, lavoro per poter studiare e per poter mangiare. Ho molti amici, e conosco molte persone. Pratico molti sport, e I miei preferiti sono il nuoto, il pattinaggio e lo sci. Amo ogni tipo di musica, e quando ho un po’ di tempo, suono il pianoforte. Adoro le moto, ho patente A e B. Mi piace divertirmi e sono molto curiosa. Credo in Dio, e lotto contro ogni ingiustizia, anche la più piccola.

Perché dico tutto questo? Per mostrare che non sono pazza. Perché nel medesimo momento in cui qualcuno non crede in me, alla mia ritrattazione, ammette che io sono pazza, che sono fuori di testa, che non ragiono. E a coloro che lo pensano dico che, in questi sette anni avrei potuto diventarlo, ma io ho vinto. E, una volta uscita dall’ospedale, sono tornata me stessa, dopo esser stata rinchiusa in un manicomio per quasi due anni. Lì si, signor Presidente ero pazza. Meglio, mi ci hanno fatto diventare. Io, amante della vita, ho tentato undici volte il suicidio. Riesce ad immaginarlo, signor Presidente? Eppure si continua a dire che ero capace di intendere e di volere in ospedale, imbottita di ogni genere di psicofarmaco; quando non riuscivo ad alzarmi dal letto e a mangiare, talmente ero intontita. Quando inventavo ogni genere di storia su tutto e su tutti, ad alcune delle quali nemmeno I giudici hanno creduto. Perché allora hanno creduto a quella di mio padre?

 

Le chiedo ancora un volta aiuto. Pietà di me e della mia famiglia.

 

Alessandra D. B.