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Mercurio giornale universitario |
La storia di Alessandra B.
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Salve a
tutti. Il mio nome è Alessandra, e sono una studentessa di giurisprudenza
al 4° anno. SonoAlessandra B., di cui forse avrete sentito parlare un
mese fa sui giornali e ai telegiornali. Non c’è nulla per cui essere
scandalizzati. Sono una ragazza come voi, con un grave e gorsso problema
da risolvere. Ed ecco qual è il mio problema. Circa 7 anni
fa ebbi un incidente in bicicletta, passai col rosso, aihmè. Come
conseguenza riportai un trauma cranico e qualche contusione. In seguito a
quest’incidente però, cominciai ad accusare attacchi di panico e di
ansia, i quali si trasformarono in vere e proprie crisi, definite in
seguito crisi pseudo-epilettiche. Durante le mie crisi perdevo conoscenza,
senso di orientamento e della realtà; vedevo delle immagini confuse, ed
avevo paura di qualcosa, ma non sapevo cosa. Venni ricoverata poi in una
clinica neuropsichiatrica a Pavia, nella quale i medici cercarono di
capire la natura delle mie crisi. In tale clinica ero seguita
psicologicamente e venivo trattata con abbondanti dosi di psicofarmaci.
Nei colloqui col mio psichiatra, il dott. R., emerse che da piccola subii
delle molestie sessuali da un conoscente di famiglia. Il dott. R. pensò
quindi che le mie crisi potessero derivare dal ricordo di tali molestie,
avevano quindi, natura sessuale (“…simulavano per così dire un
atto sessuale”). In realtà le mie crisi erano sintomo di un mio
malessere interno. Non avevano nulla a che vedere con abusi sessuali. Ma
non la pensavano così i medici, i quali cercarono di indagare nella mia
infanzia, per verificare che non ci fossero stati altri tipi di abusi,
dato che le “semplici” molesti del signor P. non potevano bastare per
delle crisi così violente. Dalle sedute psicodiagnostiche emerse che mio
padre era una figura “ambigua”, particolare. Si accertò inoltre che
io e mio papà avevamo un legame molto forte: fin da piccola volevo sempre
seguirlo dappertutto, ci giocavo sempre assieme, lo aiutavo nel lavoro, lo
imitavo in tutto, insomma, lo adoravo. E non era normale. Non era normale
per il dott. R. perché un padre non può essere così attaccatto alla
propria figlia, e viceversa; ma (forse purtroppo?) era così. Cominciarono
quindi le domande su mio padre, e sul “nostro rapporto”. Io, in tutta
sincerità, non so come, e non so spiegarlo in un solo perché, cominciai
raccontare episodi di violenza sessuale nei miei confronti da parte di mio
padre. Al dott. R. raccontai ogni singolo momento che ricordavo assieme a
mio padre. E non feci altro che aggiungervi ciò che di più “sporco”
e di più terribile ci sia: un padre che abusa della propria figlia. E
cominciai così un lungo percorso che mi portò a infangare i miei più
bei ricordi col mio papà, ed a rovinare la sua esistenza, la mia, e
quella della mia famiglia. Accusai mio padre. E quindi lo condannai. Senza
che me ne potessi rendere conto, senza che potessi fermare quel meccanismo
così particolare e pericoloso che misi in atto. Presto si arrivò agli
interrogatori con poliziotti e pm, indagini e prequisizioni varie.
Trovarono delle riviste pornografiche, trovarono riscontro nei miei
ricordi sui luoghi, trovarono una figlia (mia sorella M.) arrabbiata con
un padre violento e severo, e una famiglia spaventata dalla macchina della
giustizia, e che non ha saputo difendersi come avrebbe dovuto. Ma non
trovarono prove sulla colpevolezza di mio padre. Nemmeno la visita
ginecologica diede certezza sulla colpevolezza di mio padre: io ero ancora
vergine. Non bastò. Niente poteva incastrare mio padre; eppure tutto aiutò
a dimostrare ai giudici la sua colpevolezza. Dopo 6 mesi
di degenza in ospedale tornai a casa. E non vidi mio padre. Lo cercai
disperatamente e nessuno voleva dirmi dove fosse. Nessuno, e tutti
sapevano. Mio padre era in galera; e capii subito: ero stata io, io con le
mie accuse, io con quel gioco assurdo e perverso che facevo con i medici
dell’ospedale, io. Io ero un mostro. Io non avevo capito. Io non lo
sapevo. Assurdo e
inimmaginabile, ma è così. Se in ospedale tantai il suicidio più volte,
era per il senso di colpa per quel che dicevo ai medici, perché non
capivo il motivo dei miei racconti, e perché a volte, nemmeno sapevo se
quel che raccontavo in realtà fosse davvero successo. Ma se tentai anche
successivamente il suicidio, era per il senso di colpa per aver mandato in
carcere mio padre, e per aver rovinato la mia famiglia. Dio, come si può
vivere con un tormento talmente grande? Grazie però
proprio a mio papà, a mia mamma, e alle pesone che mi sono state vicine,
che riuscii a comprendere il mio grave e grande errore. E a capire che in
realtà, la colpa non era tutta mia (anche se a volte ancora oggi penso
che sia così). Insieme alla mia famiglia cominciai allora a combattere e
lottare affinchè io tornassi me stessa, e a lottare per la verità. Ma
non ci siamo riusciti. Nonostante io abbia ritrattato già durante gli
interrogatori con il pm Pietro F., e nonostante io abbia ritrattato in
ogni grado di giudizio. Mio padre è stato assolto a formula piena una
sola volta, e condannato 6 volte. Fino alla condanna definitiva della
Corte di Cassazione del 9 aprile 1999 a otto anni di reclusione. Mio padre
in questo momento non è in carcere, è latitante. Perché dovrebbe
rientrare? Perché la giustizia, anche se a volte sbaglia, va rispettata?
Io non la penso così. Sto studiando giurisprudenza, e non dovrei nemmeno
pensarla in questo modo. Ma non accetto e non ammetto ingiustizie, e ancor
di più se sono commesse in nome della giustizia stessa. Ho
chiesto, molto amaramente, la grazia al presidente Ciampi perché mio
padre potesse tornare presto a casa, senza dover più fuggire. Ma mi è
stata negata. Ed io credo che non sia giusto, anche se è solamente un
“atto di clemenza” e che non è doveroso che sia concessa. Ma
non mi scoraggio. Sono 7 anni che lotto ed ho solo risposte negative. Una
in più ti butta giù, certo, e molto, ma può anche dare ancor più la
forza e la voglia di combattere fino in fondo, fino a che giustizia sia
fatta. Il mio fine primario è dunque quella di riaprire il processo
(anche se so che sarà molto difficile). Ma ho nuovamente richiesto la
grazia per mio padre, perché è l’unico modo per farlo tornare a casa
al più presto, di modo che possa di nuovo lottare insieme alla sua
famiglia. Quel che vi chiedo è di sostenermi nelle mie richieste. Sto
raccogliendo firme, sperando che possano far sentire un po’ di più la
mia voce e a farmi sentire un po' meno sola davanti a quest'ingiustizia. Vi
ringrazio di cuore. Alessandra B. |