 |
Alessandra
comincia ad accusare il padre. «C'è un segreto fra di noi».
Descrive giochi erotici, iniziati quando aveva soltanto tre anni.
«Mio padre agiva con dolcezza...». I medici avvisano la polizia.
L'8 aprile 1993 arriva all'ospedale un commissario, Stefanina
Chiosi De Bellis. La ragazzina è molto turbata. Il giorno prima
ha incontrato sua madre. «E la mamma mi ha consigliato di lasciar
perdere perché lei si sarebbe separata da papà e dunque io non
l'avrei più visto» svela alla poliziotta. La paginetta del
verbale di interrogatorio si chiude con una frase angosciante: «Non
vorrei che fossero successe tutte quelle cose brutte che ho subito
da bambina».
La ragazza dice la verità? Oppure l'isteria che la opprime le
stimola la fantasia per essere al centro dell'attenzione? Vengono
subito interrogate la madre e le due sorelle. La madre rivela che
Alessandra dice la verità solo su un punto: gli atti di libidine
del frequentatore della pizzeria. Ma sul marito mette le mani sul
fuoco. Certo è «un marito e padre padrone, nel senso che vuole
comandare lui, mi maltratta, mi picchia. Le figlie a volte le
tratta bene anche viziandole, a volte le picchia. Mio marito è
andato a scuola in un istituto di frati, ha ricevuto una
educazione molto religiosa. È vero che legge giornali
pornografici. È vero che faceva la doccia con le figlie quando
erano piccole. Anche con Alessandra. Ha però smesso quando io ho
cominciato a fare osservazioni».
Le sorelle confermano il racconto della madre: papà manesco («Ci
ha sempre picchiate con pugni e schiaffi»); papà un po' strano («Ci
siamo lamentate con la mamma perché dovevamo fare la doccia
insieme e lei diceva che dovevamo farla sennò lui si sarebbe
arrabbiato»). Ma non solo: il papà è anche omosessuale. Gli
inquirenti, che hanno posto sotto controllo il suo telefono,
ascoltano conversazioni dal contenuto inequivocabile. Spiega la
sorella maggiore: «È vero che nostro padre ha tendenze
omosessuali: l'ho notato con i camerieri della nostra pizzeria».
Un quadro raccapricciante. Ma il punto cruciale è uno
solo: Alessandra racconta la verità oppure su un vissuto
familiare così inquietante tende a ingigantire i fatti? La
polizia interroga il medico che ha in cura la ragazza, il dottor
Giorgio Rossi. «Alessandra, ora che ha parlato, mi appare
liberata, contenta che il padre venga punito». La giovane, nel
suo diario, annota però cose ben diverse: «È stata dura, anche
perché loro insistevano (nel volere la sua confessione, ndr)».
Al commissario Chiosi De Bellis spiega: «Non so descrivere i
rapporti sessuali con mio padre, mi sento in colpa perché sono
stata consenziente sino all'adolescenza». Comprensibile pudore o
prima crepa nelle sue confessioni?
Il 3 maggio 1993 il padre viene arrestato. Si professa innocente.
È vero, aveva intuito che quel suo cliente in pizzeria stava
troppo appiccicato alle sue figliole, lui se ne era lamentato con
alcuni amici che però gli avevano consigliato di non sporgere
denuncia. Poi descrive il rapporto «normalissimo» con la figlia
prediletta, una ragazza che prima del ricovero era davvero in
gamba, faceva molto sport, sci e pattinaggio a livello agonistico,
e poi calcio, nuoto, bicicletta... Svela che Alessandra gli ha
fatto telefonate dall'ospedale: «Mi diceva che mi voleva tanto
bene, che non vedeva l'ora di vedermi e che era preoccupata perché
le avevano fatto dire, in stato confusionale, cose non vere».
La ragazza viene sottoposta a visita ginecologica. Dovrebbe essere
la prova del nove. Ma in questa storia stupefacente persino una
diagnosi medica non risolve i rebus. «Si nota una incisura
profonda dell'imene, con neovascolarizzazioni su tutte le facce
interne delle piccole labbra» descrive la dottoressa Cristina
Maggioni della clinica Mangiagalli di Milano. L'incisura, però,
«può essere congenita», «non si può escludere completamente
una conformazione congenita dell'imene». In parole povere:
Alessandra può essere ancora vergine. Scientificamente non è
accertabile il contrario. Rimane solo la sua parola.
La giovane scrive sul diario: «Papà è in prigione. Voglio farlo
uscire... Mi sono inventata tutto». A Panorama ora dice:
«Ero imbottita di psicofarmaci, non mi rendevo conto delle
conseguenze delle mie false confessioni. Parlare con i medici e la
polizia, raccontare che ero stata vittima di atti sessuali, per me
era un modo per ricevere attenzione, uscire dall'anonimato della
corsia».
|