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Alessandra
in ospedale è diventata il confessore di alcune sue compagne
che davvero hanno subito violenza. «Ascoltavo i loro racconti»
afferma adesso «e li andavo a raccontare ai medici». Alessandra
riesce a fuggire dall'ospedale: e appena rientrata racconta che,
lungo le rive del Ticino, un tizio le si è avvicinato
masturbandosi. Il racconto è nebuloso: verità o fantasia malata?
Lei minaccia continuamente di suicidarsi. «Mi tolgo la vita per
punire mio padre» confida al commissario Chiosi De Bellis. «Vorrei
ferirlo a morte con il mio gesto, ma nello stesso tempo vorrei
aiutarlo».
Il 28 giugno 1993, per la prima volta, viene interrogata dal
pubblico ministero di Milano Pietro Forno, esperto in reati sui
minori. «Alessandra, mi puoi raccontare quali sono stati i primi
episodi che riguardano i rapporti fra te e tuo padre?» chiede il
magistrato. «Papà mi toccava con le dita... lo lasciavo fare,
era un segreto fra di noi. Accadeva un paio di volte al mese. Lo
lasciavo fare perché era mio padre e poi perché tutto quello che
lui faceva era giusto per me». Rientrata in ospedale, Alessandra
commenta sul diario: «Ho parlato con Forno. È stato difficile,
ma mi ha aiutato. Mi manca papà».
Due giorni dopo, viene risentita dal pubblico ministero:
Alessandra non sembra più restia a parlare. Il verbale di
interrogatorio si trasforma in un racconto a luci rosse. Entra in
ballo il cane Buck, portato a spasso nei boschi. «Papà toccava
me e il pene di Buck». E poi «Buck penetrava me, mentre mio
padre si masturbava». «Come ti sentivi quando tuo padre ti
costringeva a queste cose?» chiede il magistrato. «Mi sentivo
come una prostituta» risponde Alessandra. Sul diario scrive
quello stesso giorno: «Ritornata in ospedale ho pianto per papà».
Il gioco diventa difficile. E i verbali sempre più crudi. Dopo la
madre e le sorelle, anche Alessandra conferma l'omosessualità del
padre. Però lei, che ha sfogliato la collezione di riviste
pornografiche del padre, riesce ad aggiungere particolari
scabrosissimi: «Una volta papà mi ha invitato a seguire di notte
lui e Giuseppe, un aiutante della pizzeria. Ho assistito alla
scena in cui i due si masturbavano reciprocamente». Accuse
terribili che non vengono cestinate: forse perché Alessandra sa
ben raccontare; forse perché non contrastano con la perizia
psichiatrica svolta sul padre, «soggetto affetto da un disturbo
della personalità con note di sadismo».
Alessandra comincia a pentirsi delle proprie accuse.
Dall'ospedale telefona a un amico. «Ho chiamato Enrico»
annota sul diario. «Gli ho detto che non è vero niente, ma lui
non ci crede. Dice che ci sono troppe prove. Ma quali prove? Papà
non mi ha fatto quelle cose. Lo devono capire. Chi mi crederà?
Voglio andare a casa».
Alessandra parla con la madre: vuole spiegarle che si è inventata
tutto. Ma il discorso non è facile. «Non ci siamo capite»
appunta. La ragazza pensa a un prete, don Amedeo che l'ha vista
crescere. «Cercherò di parlare con il don. Mi darà qualche
consiglio. Nessuno ormai mi crederà più».
Il 16 luglio 1993 Alessandra torna a casa, in Valtellina, per un
breve periodo di vacanza. In quegli stessi giorni l'inchiesta è
stata trasferita per competenza alla procura di Sondrio. Ed ecco
il colpo di scena. «Mi sono inventata le accuse contro mio padre»
afferma Alessandra davanti al pm Paola Palasciano. Il magistrato
si è recato a casa della ragazza e un prete assiste
all'interrogatorio. È don Amedeo, il sacerdote descritto nel
diario. Il momento è drammatico. «Forse già nei giorni in cui
ho parlato con il dottor Forno ho cominciato ad avere le idee un
po' confuse e a pensare che non sia vero che mi siano successe
tutte quelle cose che ho raccontato». Al pubblico ministero pone
un interrogativo: «Perché non mi fa ipnotizzare? Potrei così
essere sicura che quello che ho detto è vero». A don Amedeo (che
lo riferisce al magistrato) dice tout-court: «Padre, mi sono
inventata tutto per il desiderio di uscire dalla clinica».
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ESCLUSIVO
IL DIARIO DELLA RAGAZZA CHE ACCUSÒ IL PADRE DI VIOLENZE E POI
RITRATTÒ |
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