ATTUALITÀ

ESCLUSIVO IL DIARIO DELLA RAGAZZA CHE ACCUSÒ IL PADRE DI VIOLENZE E POI RITRATTÒ

Il vero segreto di Alessandra

Ai giudici racconta molestie e sevizie, a se stessa nega tutto. Poi si pente ma nessuno le crede. Viaggio nelle carte di un processo inquietante.

 
di   
MARCELLA ANDREOLI
22/9/2000
 

Alessandra in ospedale è diventata il confessore di alcune sue compagne che davvero hanno subito violenza. «Ascoltavo i loro racconti» afferma adesso «e li andavo a raccontare ai medici». Alessandra riesce a fuggire dall'ospedale: e appena rientrata racconta che, lungo le rive del Ticino, un tizio le si è avvicinato masturbandosi. Il racconto è nebuloso: verità o fantasia malata? Lei minaccia continuamente di suicidarsi. «Mi tolgo la vita per punire mio padre» confida al commissario Chiosi De Bellis. «Vorrei ferirlo a morte con il mio gesto, ma nello stesso tempo vorrei aiutarlo».

Il 28 giugno 1993, per la prima volta, viene interrogata dal pubblico ministero di Milano Pietro Forno, esperto in reati sui minori. «Alessandra, mi puoi raccontare quali sono stati i primi episodi che riguardano i rapporti fra te e tuo padre?» chiede il magistrato. «Papà mi toccava con le dita... lo lasciavo fare, era un segreto fra di noi. Accadeva un paio di volte al mese. Lo lasciavo fare perché era mio padre e poi perché tutto quello che lui faceva era giusto per me». Rientrata in ospedale, Alessandra commenta sul diario: «Ho parlato con Forno. È stato difficile, ma mi ha aiutato. Mi manca papà».
Due giorni dopo, viene risentita dal pubblico ministero: Alessandra non sembra più restia a parlare. Il verbale di interrogatorio si trasforma in un racconto a luci rosse. Entra in ballo il cane Buck, portato a spasso nei boschi. «Papà toccava me e il pene di Buck». E poi «Buck penetrava me, mentre mio padre si masturbava». «Come ti sentivi quando tuo padre ti costringeva a queste cose?» chiede il magistrato. «Mi sentivo come una prostituta» risponde Alessandra. Sul diario scrive quello stesso giorno: «Ritornata in ospedale ho pianto per papà».

Il gioco diventa difficile. E i verbali sempre più crudi. Dopo la madre e le sorelle, anche Alessandra conferma l'omosessualità del padre. Però lei, che ha sfogliato la collezione di riviste pornografiche del padre, riesce ad aggiungere particolari scabrosissimi: «Una volta papà mi ha invitato a seguire di notte lui e Giuseppe, un aiutante della pizzeria. Ho assistito alla scena in cui i due si masturbavano reciprocamente». Accuse terribili che non vengono cestinate: forse perché Alessandra sa ben raccontare; forse perché non contrastano con la perizia psichiatrica svolta sul padre, «soggetto affetto da un disturbo della personalità con note di sadismo».

Alessandra comincia a pentirsi delle proprie accuse. Dall'ospedale telefona a un amico. «Ho chiamato Enrico» annota sul diario. «Gli ho detto che non è vero niente, ma lui non ci crede. Dice che ci sono troppe prove. Ma quali prove? Papà non mi ha fatto quelle cose. Lo devono capire. Chi mi crederà? Voglio andare a casa».

Alessandra parla con la madre: vuole spiegarle che si è inventata tutto. Ma il discorso non è facile. «Non ci siamo capite» appunta. La ragazza pensa a un prete, don Amedeo che l'ha vista crescere. «Cercherò di parlare con il don. Mi darà qualche consiglio. Nessuno ormai mi crederà più».
Il 16 luglio 1993 Alessandra torna a casa, in Valtellina, per un breve periodo di vacanza. In quegli stessi giorni l'inchiesta è stata trasferita per competenza alla procura di Sondrio. Ed ecco il colpo di scena. «Mi sono inventata le accuse contro mio padre» afferma Alessandra davanti al pm Paola Palasciano. Il magistrato si è recato a casa della ragazza e un prete assiste all'interrogatorio. È don Amedeo, il sacerdote descritto nel diario. Il momento è drammatico. «Forse già nei giorni in cui ho parlato con il dottor Forno ho cominciato ad avere le idee un po' confuse e a pensare che non sia vero che mi siano successe tutte quelle cose che ho raccontato». Al pubblico ministero pone un interrogativo: «Perché non mi fa ipnotizzare? Potrei così essere sicura che quello che ho detto è vero». A don Amedeo (che lo riferisce al magistrato) dice tout-court: «Padre, mi sono inventata tutto per il desiderio di uscire dalla clinica».



3 di 4 ESCLUSIVO IL DIARIO DELLA RAGAZZA CHE ACCUSÒ IL PADRE DI VIOLENZE E POI RITRATTÒ