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«È
vero, ve lo confermo. Ho raccontato un sacco di bugie» ripeterà
Alessandra in tribunale. È il 9 maggio 1994. La giovane
si mostra «intelligente, astuta, vigile». Ma non viene creduta.
Il pubblico ministero produce una lettera del padre inviata dal
carcere ad Alessandra soltanto pochi mesi prima («Questo grazioso
animaletto che fra l'altro ti assomiglia e cambia il pelo, ti
possa ricordare che l'affetto del tuo papà è immutato»). Gli
elementi accusatori vengono ritenuti probanti: 12 anni per il
genitore, sei anni per il frequentatore della pizzeria. Alessandra
piange, si scaglia contro il tribunale.
Solo in secondo grado, al processo d'appello, verrà creduta. I
giudici chiedono una perizia psichiatrica su di lei. I risultati
sono sconcertanti: Alessandra è egocentrica, soffre di narcisismo
acuto, è in grado di simulare persino crisi epilettiche, ha una
capacità innata di manipolare la realtà. «Ha accusato il padre»
sostiene il professor Gianluigi Ponti dell'Università di Milano,
esperto in psicopatologia forense e in criminologia, «per punirlo
per le violenze e i tradimenti contro la madre». Risultato: il
padre viene assolto. Cade in prescrizione il reato di libidine
contestato all'avventore della pizzeria. È il 6 febbraio 1995.
L'iter processuale non si blocca. Ricorso in Cassazione e nuovo
giudizio. Secondo ricorso in Cassazione e terzo giudizio. La
sentenza finale della Cassazione: otto anni di reclusione. Il
padre di Alessandra è uccel di bosco. «Solo il presidente
Ciampi, con la grazia, potrebbe farlo tornare a casa» sospira lo
scricciolo.
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