Cerchiamo un perchŔ

 

Giorni fa mi sono accorta che qualcuno tra i miei amici aveva qualche dubbio riguardo al mio caso. Ho chiesto il perchŔ, e dalle loro risposte ho capito che ho tralasciato alcuni particolari importanti che potrebbero spiegare molte cose.

Ho deciso di trovare risposta alla tremenda domanda - "PerchŔ l'ho fatto?" - con voi e con le persone che pi¨ mi stanno vicino, perchŔ tornare indietro con la mente, non Ŕ facile. Inoltre, ho bisogno delle vostre domande e dei vostri dubbi, perchŔ molte cose che a me possono sembrare scontate, forse non lo sono per chi vede tutto dall'esterno.

C'Ŕ ancora qualcosa da capire, e nessuno sa in che modo. Forse nemmeno io.

 

Mi Ŕ stato chiesto: "Come Ŕ mai possibile che tu non abbia avuto mai un momento di luciditÓ per capire quello che stava succedendo?"

 

Comincer˛ da questa risposta per iniziare a tracciare questo doveroso percorso nella mia mente, e nei miei ricordi.

Dei primissimi colloqui con il mio psichiatra, dott. Giorgio R., non ricordo pi¨ nulla. Forse per la massiccia dose di psicofarmaci e iniezioni di Valium che in quel periodo assumevo... 

Momenti di luciditÓ ne ho comunque avuti durante la mia degenza; e parecchi. Li ricordo ancora... 

Voglio cominciare dai ricordi dei primi giorni di degenza, per cercare di capire come e cosa pensavo durante il mio primo ricovero in clinica. Bisogna andare per gradi. Voglio riuscire a tracciare, passo dopo passo, il percorso  che ha fatto la mia mente.

 

Di seguito troverete la ricostruzione dei primi mesi in clinica, i mesi  pi¨ significativi, in cui ho iniziato i primi racconti. ╚ un sunto, che richiama le fasi pi¨ rilevanti, e i passi pi¨ critici che ho compiuto. Nella pagina successiva invece, per chi la vorrÓ leggere, c'Ŕ la ricostruzione pi¨ dettagliata della degenza, unita a documentazione clinica, giudiziaria, e personale (diari). A volte Ŕ stato difficile riuscire a distinguere le mie considerazioni di oggi, e i pensieri di allora, ma ho comunque tentato, utilizzando il grassetto (oggi) e i caratteri normali (allora). 

Ho cercato il pi¨ possibile di reimmedesimarmi (si dice cosý?) in "quella ragazza", cercando di rivivere, forse un po' troppo, le stesse sensazioni, e gli stessi sentimenti.

 

 

BREVE SINTESI:

 

SEMPRE AL CENTRO DELL'ATTENZIONE... questo fu la prima giustificazione che diedi come motivo per aver iniziato, ed in seguito continuato, i miei falsi racconti. I PRIMI GIORNI DI DEGENZA... furono molto positivi. In ospedale non andavo a scuola, avevo molti amici, mi divertivo, e si mangiava abbastanza bene. Sebbene le crisi fossero il motivo del mio ricovero, ad un certo punto, LE CRISI PASSARONO IN SECONDO PIANO. Ora c'era L'UOMO NERO che mi faceva del male. Avevo infatti offerto ai medici un altro problema, forse allĺapparenza, ancora pi¨ grave. Inzi˛ cosý da parte mia LA RICERCA DISPERATA DI NUOVI INDIZI E DI NUOVE PROVE... per sostenere quel mio ônuovo problemaö ai medici. Ma forse le crisi non avrebbero dovuto essere sottovalutate, perchÚ in realtÓ, DENTRO DI ME STAVO molto MALE...

IL PRIMO INCONTRO CON L'AUTORITA' GIUDIZIARIA avvenne con l'inganno. Il dottor R. mi disse: "Alessandra, ci sono due persone che vogliono parlare con te. A loro dovrai solo raccontare le stesse cose che hai detto a me. Non ti preoccupare, se avrai bisogno, sar˛ qua fuori, oppure nel mio studio."

Scusate la mia ingenuitÓ dell'epoca. Non capii da sola chi fossero. E dai discorsi che facevano, non sembravano proprio "autoritÓ". Mi facevano fare dei disegni, facevano domande sceme, e un po' strane. Erano invadenti, e non li conoscevo neppure; quindi per me, abbastanza maleducate. Erano due donne, una carina e gentile; l'altra abbastanza goffa, e con due occhi terrificanti. Quest'ultima faceva di tutto pur di rendersi simpatica. Alla fine della nostra conversazione mi chiesero: "Alessandra, tu sai chi siamo noi due, vero?" "Non lo so" - risposi io - "siete due avvocati?". "No, siamo della polizia!".

Il giorno dopo tornarono con una macchina da scrivere, e dissero che dovevano trascrivere alcune domande che mi dovevano fare. Risposi alle loro domande, e firmai i fogli che loro scrissero. Ancora non sapevo che quella era LA FIRMA CHE CONDANNO' MIO PADRE... Nei giorni seguenti 

I COLLOQUI CON IL COMMISSARIO continuarono. Essi erano per lo pi¨ basati su domande precise (Colloquio del 19 aprile 1993: "Si metteva sopra di te? Tu eri vestita? Ti toglieva le mutandine? Tirava fuori il suo půů? Gli usciva qualcosa? Dove andava a pulirsi? Ecc.) e su precise risposte (si, si, si, si, si, in cucinaů). Forse, era TUTTO TROPPO FACILE? Bastava dare brevi e concise risposte, fare la faccina triste, e potevo avere tutte le attenzioni del mondo, e pi¨: uscite dall'ospedale, gelati e passeggiate, uscite a pranzo con una squadra intera di poliziottiů!

Dopo poco tempo in ospedale molti sapevano cose tremende sul conto di mio padre, e ne parlavano male. Anche le mie sorelle dicevano che mio papÓ si era comportato male con me. Ed io quasi non capivo. Non riuscivo a ricollegare QUELLE FRASIů a ci˛ che dicevo al commissario e al dott. R. Ma quando provai a fare dei collegamenti, quasi non riuscii a credere che, che loro mi avevano creduto, e che quei racconti erano sul mio papÓ. Anche se io li avevo raccontati! Quello era IL PRIMO RISVEGLIOů come che non mi fossi mai resa conto di cosa si fosse messo in moto. Compresi in breve tempo che tutto era ůCOME IN UN GIOCO DI GUERRA: avevo un bersaglio da colpire, e lo avevo centrato ad ogni mio colpo! Avevo attaccato qualcuno a cui non avrei mai voluto fare del male; ma ormai l'avevo fatto ("ů poi in fondo ormai ce l'hai giÓ raccontato!") Queste furono LE PRIME VERE SENSAZIONI: punirmi per il male che avevo fatto; dovevo sparire dalla faccia della terra. Ma LA RICERCA DI UNA VIA D'USCITAů in realtÓ ůERA SOLO PURA ILLUSIONE. Qualcuno impedý che il mio gesto andasse a buon fine, e mi salvarono. In seguito non riuscii pi¨ a pensare a quel gioco crudele, poichÚ la mia terapia farmacologica fu aumentata per far si che non potessi pi¨ essere pericolosa per me stessa, e fui sotto stretto controllo giorno e notte. POTEVO RIBELLARMI? No, non potevo. Ero COME DENTRO AD UN'ONDAů inferocita, dalla quale venivo ůTRASPORTATA continuamente, dal largo alla deriva, ůGUIDATA all'interno della tempesta, e ůTRAVOLTA dalla sua furia. NON RIUSCIVO A RESPIRARE l'onda era troppo forte, troppo imponente, ed io mi sentivo esausta. Qualcuno cerc˛ di salvarmi: DANIELA. Ma sulla spiaggia ad aspettarmi VIDI IL MIO PAP└. ORA SAPEVO COSA FARE, dovevo raggiungerlo e salvarmi insieme a lui. Cominciai a nuotare con tutte le mie forze; QUALCUNO PERĎ MI RITRASCINĎ SOTT'ACQUA. L'avevo perso, avevo perso il mio papÓ, e anche le mie speranze. Venivo risucchiata sempre pi¨ dalla forza del mare. ANNASPAVO, e dentro di me sentivo che non ce la facevo pi¨. QUANTO AVREI RESISTITO? NON PER MOLTO ANCORA, e da sola sapevo che non ce l'avrei mai fatta. Chiesi aiuto a mia mamma, ma non poteva fare nulla. Disperata, mi confidai con la persona che mi era stata vicino ogni giorno, e che speravo riuscisse a capirmi. Ebbi cosý L'AIUTO DI LAURAů e ne fui felicissima; ma ůPURTROPPO NON SERV╠. Dovetti comunque subire L'ULTIMO INTERROGATORIO, e lo sostenni sapendo come "dovevo comportarmi", perchÚ sapevo che poi sarei stata finalmente  LIBERA! Potei cosý cominciare a DIRE A TUTTI LA VERIT└. Ero FINALMENTE A CASA... ed ůERO PRONTA A COMICIARE AD AFFRONTARE I MIEI ERRORI. IL PERCORSO ERA LUNGO ma non ebbi pi¨ paura, perchÚ STAVO RITROVANDO SEMPRE DI PI┘ ME STESSA.

 

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