Cerchiamo un perchè

luglio 1993

 

Dall’interrogatorio reso da Laura F. nell’udienza di primo grado a Sondrio: 

"La sera prima dell'ultimo incontro col dott. Forno ha detto che si era inventata tutto…" -  " È stato detto al dott. Forno che voleva ritrattare" - "Hanno parlato assieme e poi la ragazza si è ricreduta. … quel giorno è stato l'interrogatorio più lungo." - "Prima di parlare col dott. Forno mi ha tenuto un'ora per convincermi che tutto quello che era stato reso al dott. Forno era fantasia, che era una brava attrice… si rende conto adesso di avere più difficoltà per essere così credibile; dice di essere stata più credibile prima quando diceva falsità, che adesso che invece sostengo la verità, adesso che nessuno mi crede."

 

L'AIUTO DI LAURA…

 

Ero riuscita a dirle la verità, ero riuscita a dirlo a lei. Lei che mi consolava durante i nostri colloqui, quando piangendo le dicevo che mi sentivo in colpa perché mio padre mi aveva violentato; che volevo morire per il male che mio padre mi aveva fatto.

Glielo avevo confidato il giorno prima della conclusione dei colloqui col dott. Forno, credendo che lei potesse aiutarmi a parlare col giudice, stando dalla mia parte, non lasciandomi più sola davanti a tutto quel muro di persone che non volevano più credermi. Lei ci provò. Tentò di aiutarmi…

L'ho scoperto solamente ora, leggendo gli atti processuali; non me lo ricordavo. Saperlo mi ha dato enorme gioia, perché ho sempre avuto il dubbio che lei mi odiasse per averle mentito, per aver tradito la sua fiducia, e la nostra amicizia. Lei mi aiutò…

Avrei voglia di scrivere pagine intere su Laura, e sul nostro bellissimo rapporto. Ma debbo continuare a scrivere cosa successe il 09 luglio 1993.

 

…PURTROPPO NON SERVÌ

 

O meglio, cosa non successe.

Pietro Forno era, ed è, un pubblico ministero; investe quindi la carica di pubblico ufficiale. Mi viene spontaneo domandare: " Non avrebbe dovuto notificare su atto pubblico, che io avevo palesemente mostrato intenzione di ritrattare tutto?".

Si, avrebbe dovuto; ma non l'ha fatto!

Perché?

Nessuno può saperlo, e nessuno può dir nulla... Come nessuno può spiegare perché cercai disperatamente di convincere Laura che mi ero inventata tutto, dicendole che non volevo entrare dal giudice, che lei avrebbe dovuto dire che "quelle cose" non erano vere, mentre invece dopo aver parlato da sola con Forno, perchè, perchè mi sono ricreduta?

 

L'ULTIMO INTERROGATORIO

 

Quello fu l'interrogatorio più lungo, si, ma fu anche il più tremendo, il più crudele, il più accusatorio e il più ricco di schifezze! Dov'è la logicità in tutto questo?

Era vero, o non era vero? O forse, con alcune persone era vero, e con altre no? Nessuno mi disse che "quelle" erano cose su cui non si doveva scherzare? Cose delicate, e che potevano mandare in galera un innocente? No, no e no, nessuno, mai, me lo disse. Ho sbagliato io a non capirlo, e me ne do colpa. Ma chi aveva il dovere di accorgersene, se n'è mai accorto?

 

ERO LIBERA!

 

Dopo l'ultimo colloquio con Forno sapevo che sarei tornata a casa, che non avrei più messo piede in quell'ufficio, e che non c'era più nulla che dovessi dire sul conto di mio padre. Avevo finito. Ero libera!

A casa sapevo che non avrei trovato mio papà. Mi mancava molto, ma lo estraniai solamente sul mio diario. Ero molto stanca, e non volevo pensare ai colloqui con Forno. Cercai di riprendere la mia vita normale. Ma avevo solo tre giorni di tempo, perché il 12 luglio dovetti rientrare in clinica.

 

COMINCIAI A DIRE A TUTTI LA VERITÀ

 

Quel giorno parlai a mia sorella Simona sul fatto che avevo mentito su tutto. Inizialmente mi credette, e poi no. Ne parlai anche col dott. Rossi, ma nemmeno lui mi credette. Nei giorni seguenti stetti in ospedale con più serenità, perché sentivo "l'odore di casa". Il 16 luglio sarei andata a casa per 2 settimane; poi sarei dovuta rientrare per pochi giorni, e poi sarei stata definitivamente dimessa.

 

FINALMENTE A CASA...

 

A casa ero felice: era estate, il paese era pieno di villeggianti, e uscivo tutti i giorni con i miei amici. In paese tutti sapevano quel che avevo raccontato sul conto di mio padre, e quando alcuno ne faceva cenno, mi chiudevo in me stessa.

Alle mie sorelle avevo già parlato, e non mi avevano creduta. Prima di parlarne con mia mamma, decisi di confessarmi col mio prete. Sono sempre stata molto religiosa; sapevo di aver commesso dei peccati gravi, e avevo bisogno del perdono di Dio. Forse anche di conforto da una persona spirituale, e anche di fiducia, come lo era il mio prete: Don Amedeo. Andai a trovarlo a casa sua, e a poco a poco cominciai a spiegargli tutta la situazione. Mi consigliò di pensare attentamente a quel che dicevo, perché era importante che io fossi consapevole delle mie azioni.

 

…ERO PRONTA A COMICIARE AD AFFRONTARE I MIEI ERRORI

 

Egli fu la prima persona che mi mise di fronte ai miei errori: se avevo sbagliato era giusto che rimediassi; se non avevo sbagliato, era giusto che lasciassi le cose così come stavano. Dopo aver parlato con lui, anche mia mamma seppe della mia ritrattazione. Non ricordo se fui io a parlarle, o Don Amedeo. Si decise di avvisare il Pm di Sondrio, Paola Palasciano, la quale si recò immediatamente a Campodolcino. Il 22 luglio il p.m. Palasciano mise a verbale che non ero più sicura di quel che avevo raccontato:

"…forse già nei giorni in cui ho parlato col dott. Forno, ho cominciato ad a vere le idee un po' confuse ed a pensare che non sia vero che mi siano successe tutte quelle cose che ho raccontato; vorrei sapere se è vero se mi è successo quello che ho detto…". "Quando io ho raccontato quelle cose alla d.ssa De B. e al dr. Forno mi sembrava che fossero successe, ma ora… non sono più sicura che siano successe davvero…".

 

IL PERCORSO ERA LUNGO

 

Ancora tentavo di difendermi; ancora ero preda di quel meccanismo? Possibile che non fossi ancora riuscita a riemergere e ad abbandonare del tutto quell'onda? Ero in montagna ora, in mezzo ai prati verdi. Quel mare non c'era più; non avrei dovuto accorgermene? Si, ma, forse avevo paura che potesse arrivare fino a casa, e riportarmi via. Così volli aspettare d'essere "fuori pericolo", prima di espormi del tutto.

 

MA STAVO RITROVANDO SEMPRE DI PIÙ ME STESSA.

 

Fu così che a poco a poco cominciai a ritrovare forza, coraggio, e serenità; non ebbi paura più di nulla. Dovevo solamente dire la verità, e tutto sarebbe tornato come prima. Riuscii anche ad avere contatti con mio papà, epistolari; ero ancora minorenne, e non mi era permesso vederlo. Era il presunto violentatore di sua figlia!

Giurai a me stessa che sarei riuscita a tirarlo fuori. Giurai a Dio che avrei detto solo, e sempre, la verità.

Nel processo di appello mio papà fu assolto a formula piena, e fu scarcerato. Io dissi solo, e sempre, la verità, ma mi credettero solo quella volta.

Ho mantenuto le mie promesse: mio padre è ancora libero, ed io continuo a dire la verità. Ma la nostra vita è ancora spezzata. Ancora la "giustizia" italiana non mi crede; ancora afferma, pretende di affermare che mio padre è colpevole, e che mi ha violentato!  Spesso ho paura a chiedermi cosa ci riserberà il "futuro"…?

 

Vi ho reso partecipi di parte delle mie sofferenze, e di quelle della mia famiglia. Questi furono i primi mesi… e ad oggi sono già passati più di otto lunghi anni ( e sette lunghi processi) dal 21 gennaio 1993, giorno in cui entrai alla clinica neurologica Casimiro Mondino; clinica nella quale fui costretta a ritornare il 10/01/1994, e nella quale vi rimasi per quasi due lunghi anni. 

 

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