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Dall’interrogatorio reso da Laura F. nell’udienza di primo grado a Sondrio: "La
sera prima dell'ultimo incontro col dott. Forno ha detto che si era
inventata tutto…" -
" È stato detto al dott. Forno che voleva ritrattare" - "Hanno parlato assieme e poi la ragazza si è ricreduta. …
quel giorno è stato l'interrogatorio più lungo."
- "Prima di parlare col dott.
Forno mi ha tenuto un'ora per convincermi che tutto quello che era stato
reso al dott. Forno era fantasia, che era una brava attrice… si rende
conto adesso di avere più difficoltà per essere così credibile; dice di
essere stata più credibile prima quando diceva falsità, che adesso che
invece sostengo la verità, adesso che nessuno mi crede." L'AIUTO DI
LAURA… Ero
riuscita a dirle la verità, ero riuscita a dirlo a lei. Lei che mi
consolava durante i nostri colloqui, quando piangendo le dicevo che mi
sentivo in colpa perché mio padre mi aveva violentato; che volevo morire
per il male che mio padre mi
aveva fatto. Glielo
avevo confidato il giorno prima della conclusione dei colloqui col dott.
Forno, credendo che lei potesse aiutarmi a parlare col giudice, stando
dalla mia parte, non lasciandomi più sola davanti a tutto quel muro di
persone che non volevano più credermi. Lei ci provò. Tentò di
aiutarmi… L'ho
scoperto solamente ora, leggendo gli atti processuali; non me lo
ricordavo. Saperlo mi ha dato enorme gioia, perché ho sempre avuto il
dubbio che lei mi odiasse per averle mentito, per aver tradito la sua
fiducia, e la nostra amicizia. Lei mi aiutò… Avrei
voglia di scrivere pagine intere su Laura, e sul nostro bellissimo
rapporto. Ma debbo continuare a scrivere cosa successe il 09
luglio 1993. …PURTROPPO
NON SERVÌ O
meglio, cosa non successe. Pietro
Forno era, ed è, un pubblico ministero; investe quindi la carica di
pubblico ufficiale. Mi viene spontaneo domandare: " Non avrebbe
dovuto notificare su atto pubblico, che io avevo palesemente mostrato
intenzione di ritrattare tutto?". Si,
avrebbe dovuto; ma non l'ha fatto! Perché?
Nessuno
può saperlo, e nessuno può dir nulla... Come nessuno può spiegare perché
cercai disperatamente di convincere Laura che mi ero inventata tutto,
dicendole che non volevo entrare dal giudice, che lei avrebbe dovuto dire
che "quelle cose" non erano vere, mentre invece dopo aver
parlato da sola con Forno, perchè, perchè mi sono ricreduta? L'ULTIMO
INTERROGATORIO Quello
fu l'interrogatorio più lungo, si, ma fu anche il più tremendo, il più
crudele, il più accusatorio e il più ricco di schifezze! Dov'è la
logicità in tutto questo? Era
vero, o non era vero? O forse, con alcune persone era vero, e con altre
no? Nessuno mi disse che "quelle" erano cose su cui non si
doveva scherzare? Cose delicate, e che potevano mandare in galera un
innocente? No, no e no, nessuno, mai, me lo disse. Ho sbagliato io a non
capirlo, e me ne do colpa. Ma chi aveva il dovere di accorgersene, se n'è
mai accorto? ERO LIBERA! Dopo
l'ultimo colloquio con Forno sapevo che sarei tornata a casa, che non
avrei più messo piede in quell'ufficio, e che non c'era più nulla che
dovessi dire sul conto di mio padre. Avevo finito. Ero libera! A
casa sapevo che non avrei trovato mio papà. Mi mancava molto, ma lo
estraniai solamente sul mio diario. Ero molto stanca, e non volevo pensare
ai colloqui con Forno. Cercai di riprendere la mia vita normale. Ma avevo
solo tre giorni di tempo, perché il 12 luglio dovetti rientrare in
clinica. COMINCIAI A
DIRE A TUTTI LA VERITÀ Quel
giorno parlai a mia sorella Simona sul fatto che avevo mentito su tutto.
Inizialmente mi credette, e poi no. Ne parlai anche col dott. Rossi, ma
nemmeno lui mi credette. Nei giorni seguenti stetti in ospedale con più
serenità, perché sentivo "l'odore di casa". Il 16 luglio sarei
andata a casa per 2 settimane; poi sarei dovuta rientrare per pochi
giorni, e poi sarei stata definitivamente dimessa. FINALMENTE A
CASA... A
casa ero felice: era estate, il paese era pieno di villeggianti, e uscivo
tutti i giorni con i miei amici. In paese tutti sapevano quel che avevo
raccontato sul conto di mio padre, e quando alcuno ne faceva cenno, mi
chiudevo in me stessa. Alle
mie sorelle avevo già parlato, e non mi avevano creduta. Prima di
parlarne con mia mamma, decisi di confessarmi col mio prete. Sono sempre
stata molto religiosa; sapevo di aver commesso dei peccati gravi, e avevo
bisogno del perdono di Dio. Forse anche di conforto da una persona
spirituale, e anche di fiducia, come lo era il mio prete: Don Amedeo.
Andai a trovarlo a casa sua, e a poco a poco cominciai a spiegargli tutta
la situazione. Mi consigliò di pensare attentamente a quel che dicevo,
perché era importante che io fossi consapevole delle mie azioni. …ERO PRONTA
A COMICIARE AD AFFRONTARE I MIEI
ERRORI Egli
fu la prima persona che mi mise di fronte ai miei errori: se avevo
sbagliato era giusto che rimediassi; se non avevo sbagliato, era giusto
che lasciassi le cose così come stavano. Dopo aver parlato con lui, anche
mia mamma seppe della mia ritrattazione. Non ricordo se fui io a parlarle,
o Don Amedeo. Si decise di avvisare il Pm di Sondrio, Paola Palasciano, la
quale si recò immediatamente a Campodolcino. Il
22 luglio il p.m. Palasciano mise a verbale che non ero più sicura di
quel che avevo raccontato: "…forse
già nei giorni in cui ho parlato col dott. Forno, ho cominciato ad a vere
le idee un po' confuse ed a pensare che non sia vero che mi siano successe
tutte quelle cose che ho raccontato; vorrei sapere se è vero se mi è
successo quello che ho detto…". "Quando io ho raccontato
quelle cose alla d.ssa De B. e al dr. Forno mi sembrava che fossero
successe, ma ora… non sono più sicura che siano successe
davvero…". IL PERCORSO
ERA LUNGO Ancora
tentavo di difendermi; ancora ero preda di quel meccanismo? Possibile che
non fossi ancora riuscita a riemergere e ad abbandonare del tutto quell'onda? Ero in
montagna ora, in mezzo ai prati verdi. Quel mare non c'era più; non avrei
dovuto accorgermene? Si, ma, forse avevo paura che potesse arrivare fino a
casa, e riportarmi via. Così volli aspettare d'essere "fuori
pericolo", prima di espormi del tutto. MA STAVO
RITROVANDO SEMPRE DI PIÙ ME STESSA. Fu
così che a poco a poco cominciai a ritrovare forza, coraggio, e serenità;
non ebbi paura più di nulla. Dovevo solamente dire la verità, e tutto
sarebbe tornato come prima. Riuscii anche ad avere contatti con mio
papà, epistolari; ero ancora minorenne, e non mi era permesso vederlo.
Era il presunto violentatore di sua figlia! Giurai
a me stessa che sarei riuscita a tirarlo fuori. Giurai a Dio che avrei
detto solo, e sempre, la verità. Nel
processo di appello mio papà fu assolto a formula piena, e fu scarcerato.
Io dissi solo, e sempre, la verità, ma mi credettero solo quella volta. Ho
mantenuto le mie promesse: mio padre è ancora libero, ed io continuo a
dire la verità. Ma la nostra vita è ancora spezzata. Ancora la
"giustizia" italiana non mi crede; ancora afferma, pretende di
affermare che mio padre è colpevole, e che mi ha violentato! Spesso ho paura a
chiedermi cosa ci riserberà il "futuro"…? Vi ho reso partecipi di parte delle mie sofferenze, e di quelle della mia famiglia. Questi furono i primi mesi… e ad oggi sono già passati più di otto lunghi anni ( e sette lunghi processi) dal 21 gennaio 1993, giorno in cui entrai alla clinica neurologica Casimiro Mondino; clinica nella quale fui costretta a ritornare il 10/01/1994, e nella quale vi rimasi per quasi due lunghi anni. |
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