Perizia psichiatrica

Il 30 dicembre 1994 la Corte di Appello di Milano, sezione 1° Penale, ha posto allo scrivente il seguente QUESITO: "Accerti il perito, previo esame degli atti e documenti del processo, acquisita eventualmente l'ulteriore documentazione medica ospedaliera, effettuata ogni opportuna indagine anche con l'ausilio di altri specialisti, la B. Alessandra, a causa del trauma cranico riportato nell'incidente stradale occorsole nel novembre 1992, o a causa di altre patologie pregresse o successive, o eventualmente anche per effetto di trattamenti farmacologici, fosse - nelle date in cui rese testimonianza nelle fasi di indagini preliminari e dibattimentale, nonché attualmente - persona idonea a testimoniare; e accerti comunque le sue condizioni psichiche e mentali alle date predette e attualmente.

PARTE DELLA PERIZIA DEL PROF. GIANLUIGI PONTI  

 

…"illuminanti sono le crisi pseudo-epilettiche che simulava - così ora sostiene - al Mondino (…) la vicenda clinica è nota: il trauma commotivo, il persistere di cefalea e vertigini, e poi i primi strani svenimenti e il comparire di crisi che i medici videro subito non avere le caratteristiche dell'epilessia (…).

Molto interessante è la descrizione , con dettaglio e precisione, di come le cominciavano le crisi, con il respiro che si faceva affannoso, come faceva finta di svenire e di avere le convulsioni, ma poi non sa dire se fingesse sempre ovvero se ad un certo punto non fosse più in grado di controllare con la sua volontà la situazione. Più in dettaglio precisa che le crisi in effetti se le faceva venire ("partivano da me"), che una volta iniziate manteneva piena coscienza anche se simulava il contrario, che percepiva tutto quanto accadeva attorno a sé, che simulava crisi anche di notte fingendo di essere addormentata, così da rendere più credibile la loro autenticità. Narra che talora per farle cessare le crisi la prendevano a sberle o che le stringevano i cucullari per vedere se sentiva dolore: ma lei resisteva, faceva finta di niente così da rendere più attendibili quelle che ora presenta come pure e semplici sceneggiate. Però ammette che "una volta che ero dentro la crisi, ad uscirne era uno sforzo": in altri termini l'inizio era voluto, ma poi non le era più possibile, o le era assai difficile, interrompere a suo comando le manifestazioni.

La stessa cosa dirà a proposito delle denunce dinanzi al p.m. contro il padre: "a quel punto non riuscivo più a tornare indietro, non sapevo come uscirne fuori", e seguitava non solo a confermare, ma arricchiva il racconto sempre di nuovi fatti. Ci racconta che… l'atmosfera in ospedale era tale che si sentiva come costretta a persistere nel racconto: anche perché più parlava, più si sentiva coccolata.

Descrive la sua situazione durante il lungo soggiorno all'istituto di Pavia come se si fosse trovata all'inizio pienamente gratificata ed a suo agio ("avrei voluto rimanervi tutta la vita"), ma poi le pareva di essere in un circolo chiuso, dal quale non sapeva come uscire, o meglio "non avevo il coraggio di uscire perché tutto l'ambiente era solidale con me".

Ci volle del tempo per ribellarsi a quella situazione che vive ora come plagiante: fin tanto che, ormai liberata dalle crisi e divenuta maggiorenne, ebbe il coraggio di andarsene di sua volontà, senza sentirsi più vincolata da nessuno.

(…)

Sta di fatto che riuscì a farsi credere da tutti, persino da "esperti", del che forse una spiegazione può darla chi scrive: non è difficile in questi casi… scambiare, da parte dell'esaminatore, la causa per l'effetto, e di uno stesso fatto (la denuncia di patite violenze) possono darsi letture opposte: si può ritenere che una giovane sia tanto disturbata e si comporti in modalità così inadeguate a causa del trauma dell'incesto; ovvero che abbia inventato l'incesto proprio perché così psicologicamente disturbata.

(…)

 

Richiesta di come avesse potuto inventare fatti di sesso così crudi, così perversi e così inusitati (ad esempio, l'episodio del cane), la B. si è limitata a dire che una ragazza di sedici anni viene a contatto anche con racconti ben più raccapriccianti; precisando anche "sarei riuscita ad inventare qualcosa anche con un criceto". Alla domanda se non avesse mai pensato alla conseguenze risponde: "Non sapevo venisse fuori tutto quel casino".

Insomma, sa fornire una spiegazione per ogni cosa, anche le più sconcertanti, e comunque, vere o false che siano, le spiegazioni sono plausibili, razionali, e espresse con i toni e nei modi magari concitati di chi non è stato creduto e vuol esserlo, ma non con sguagliatezza o bizzarria o altro.

Come che sia (l'importante pare sia stata comunque la notizia dell'incarcerazione del padre) a un certo punto la coscienza cominciò a rimorderle: ovvero anche incominciò a stare meglio, le crisi si diradarono e poi scomparvero, e poté quindi recuperare consapevolezza e senso di responsabilità. Questa è la spiegazione che fornisce per il mutamento di versione, ma nessuno le credette, neppure il prete a cui si rivolse per confessarsi… Il sacerdote però non la confessò, sostenendo che al tempo della denuncia non era responsabile di quel che diceva, e pertanto non aveva nulla da confessare.

Adesso afferma di stare bene, di non aver nessun bisogno di quella psicoterapia che le fu consigliata quando lasciò definitivamente l'Istituto Mondino. (…) non manifesta comunque nessun imbarazzo (…) per l'enormità delle accuse che ora proclama essere state assolutamente false. …in parte se ne decolpevolizza, proiettandone sui giudici la responsabilità ("perché quando dicevo le bugie tutti mi credevano, mentre ora che dico la verità non mi ascoltano?").

 

Per poter meglio comprendere lo stato d'animo di quand'era ricoverata, abbiamo chiesto alla B. di mostrarci il diario che allora redasse al computer: "Mi appuntavo sul diario le frottole che raccontavo per non contraddirmi". Abbiamo scorso sul video (la perizianda ha portato il suo computer) questo diario, ma per la verità poco o punto si parla delle accuse, piuttosto vi sono ricorrenti frasi affettuose verso il padre: "Volevo il mio papà ma non c'era", "Papà mi manchi un casino" (maggio '93); numerose sono le espressioni di rimorso: "Cos'ho fatto? Ho rovinato la mia famiglia" (aprile); "Papà è stato interrogato, per la mia boccaccia sarà costretto a dormire con i delinquenti. Aiuto! Come mi sento in colpa!", (maggio); e ancora ricorre di frequente il timore della separazione dei genitori. Vi sono poi molti riferimenti a come vivesse drammaticamente quei momenti, talché scriveva anche dei progetti autolesivi e di tentativo di suicidio; si leggono anche scritti che volevano essere di addio prima del suicidio, ma ancor di più sono di richiesta di essere fermata. In ogni modo, se anche quei gesti furono in pare solo dimostrativi, non per questo sono meno sintomatici di una grande sofferenza, oltre ad essere esempio di incapacità a trovare soluzioni adeguate e razionali alla sua sofferenza.

 

SEGUE ESAME PSICODIAGNOSTICO

 

·          Test di Rorschach;

·          Confronto col test di Rorschach effettuato al Mondino ("la differenza tra i due test è sconcertante");

·          Test M.M.P.I. (Minnesota Multiphasic Personality Inventory);

·          Test The Blacky Pictures

 

 

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